Caos Fincantieri: un’altra Sestri è possibile

(...) sfrattando lo Yacht Club Italiano, la nautica da diporto e un’altra serie di attività: «Bene il presidente Burlando - esultano i vendoliani genovesi - Il sesto bacino strategico per la città. Noi non rinunciamo a Fincantieri, lì continui la cantieristica». Con il coordinatore genovese di Sel Valerio Barbini a spiegare: «Vediamo riproporre l’ipotesi di collocazione del nuovo bacino nell’area della Fincantieri di Sestri e questa non è per noi un’ipotesi che possa essere presa in considerazione. In quell’area si deve continuare a costruire navi, anche attraverso progettazioni e produzioni innovative come quella, ipotizzata, di pale eoliche galleggianti. Noi continuiamo a credere nella difesa di quella realtà, chi pensa ad altre soluzioni dica chiaramente che vuole rinunciare alla difesa di Fincantieri e dei suoi lavoratori». Ecco, ora mi chiedo: ma come è possibile, se non ci sono commesse di un determinato prodotto, insistere sulla produzione di quel prodotto? Come è possibile dire e scrivere - come fa Barbini, ma come fanno prima di lui Marta Vincenzi e il suo superministro dell’Economia Mario Margini, praticamente tutta la sinistra e addirittura alcuni esponenti del centrodestra - che chi non vuole un cantiere che non ha più navi «vuole rinunciare alla difesa dei lavoratori»?
La vicenda sta esattamente all’opposto: visto che il mercato delle riparazioni tira e i lavoratori oggi sono già tremila, perchè non puntare proprio su quel mercato? Faccio un esempio: a me piace moltissimo la macchina da scrivere, ma se pensassi di difendere una fabbrica di macchine da scrivere o di aprire nuove fabbriche di macchine da scrivere, non credo che il business volerebbe. Se, invece, nello stesso sito industriale pensassi di mettere una fabbrica di computer di ultimissima generazione, magari avrei maggiori possibilità di farcela.
E, allora, sempre per rimanere nella metafora, perchè a Sestri si vuole insistere sulle macchine da scrivere, quando c’è la possibilità di costruire computer? E allora, uscendo dalla metafora, perchè si insiste con navi che il mercato non chiede più? Perchè non mettere a Sestri le riparazioni o altre attività, magari non necessariamente navalmeccaniche nel senso classico della parola, ma comunque industriali?
La scorsa settimana in Provincia, un altro esponente di Sel, Gianpiero Pastorino, ha fatto votare all’unanimità un ordine del giorno che impegna la giunta a sollecitare governo ed azienda a diversificare la produzione oltre la crocieristica. Ottima idea: il problema è che le produzioni ipotizzate nel documento (chimichiere, gasiere, traghetti e off-shore), tranne l’ultimo caso, nel Far East costano la metà che a Sestri. E allora perchè un armatore che può comprare navi «di ferro» a metà prezzo dovrebbe comprarle al doppio? Il resto chi ce lo mette? La Vincenzi? Burlando? Quelli del Pdl che sfilano insieme a loro? Più furbo è stato il presidente della Provincia Alessandro Repetto che - cito il comunicato ufficiale - «ha recepito anche la necessità di inserire l’opzione riparazioni navali a fianco della produzione e di insistere sul mantenimento di Cetena come imprescindibile polo progettuale di tutto il gruppo». E proprio il Cetena può avere un ruolo importante, con il progetto delle piattaforme galleggianti «Plasmare» per lo smaltimento e la trasformazione dei rifiuti solidi urbani, un’idea di chiatte galleggianti prodotte da Fincantieri, anche a Sestri, che risolverebbe il problema degli inceneritori.
Insomma, un’altra Sestri è possibile. E meno male che, anche nel centrodestra, c’è chi lo capisce. Chi, come il consigliere regionale Marco Melgrati ha stigmatizzato martedì l’uscita in massa dei consiglieri dall’aula della Regione per sfilare fra i manifestanti, come i ragazzini che fanno sciopero a scuola, e soprattutto chi, come il vicepresidente del consiglio regionale Gino Morgillo, ha avuto il coraggio di mettere nero su bianco una posizione coraggiosa e unica nel panorama politico genovese e ligure: «Non credo che queste manifestazioni possano contribuire a portare nuove commesse». Parole sante.
Quindi, continuiamo la battaglia per il lavoro. Felici di non essere più soli: Umberto La Rocca e Gigi Leone sul Secolo XIX hanno finalmente preso posizione contro la demagogia, con articoli davvero coraggiosi; Massimo Minella su La Repubblica-Il lavoro di Franco Monteverde non ha mai ceduto alle posizioni comode e anche Mimmo Angeli, con il suo passo dialettico felpato, non si è tenuto indietro sul Corriere Mercantile. Come se quel «patto fra giornalisti perbene», da noi tante volte evocato, si fosse materializzato proprio grazie a una crisi drammatica, senza quasi accorgersene.
Ex malo bonum. Una Genova migliore, migliore di chi urla, di chi guida manifestazioni e di chi gioca allo sfascio sulla pelle dei lavoratori, può esserci.
(2 - fine)