Caos liste, nel Pdl è ormai guerra su nomi e criteri

La pentola bolle e rischia di far saltare il coperchio. A cuocere di rabbia sono quelli rimasti fuori. Le liste per il consiglio regionale del Pdl nelle quattro province liguri continuano a scatenare conflitti interni con conseguenze soprattutto nello spezzino. Ieri due consiglieri comunali hanno deciso di sbattere la porta e andarsene dal partito in segno di protesta verso il coordinamento regionale: sono Paolo Messuri e Alessandro Gai. «Contestiamo il metodo utilizzato per la scelta dei candidati per le prossime regionali - spiegano i due desaparecidos del levante -. La lista così come è stata presentata non rappresenta l’intero territorio provinciale essendo esclusa la Val di vara e la Val di Magra». I quattro nomi del Pdl, infatti, sarebbero riconducibili a Spezia città, mossa che già sabato sera aveva fatto scatenare il consigliere uscente Luigi Morgillo che si è autosospeso dalla candidatura in attesa di chiarimenti con la dirigenza: «Il coordinatore regionale e i ministri romani non dovevano e non potevano disattendere gli accordi di partito; quegli accordi che pochi mesi prima hanno preteso ed imposto nell’organizzazione del neonato Pdl - spiega Messuri che cita il suo caso personale -. Abbiamo rispettato il criterio dei gruppi unici con fusioni e ripartizione del 70% a Forza Italia e 30% ad An: è mancata la lealtà». Lo stesso Messuri, prima capogruppo azzurro in consiglio comunale, lasciò l’incarico a favore di Sauro Mannucci ex Alleanza Nazionale, «la stessa lealtà non l’hanno manifestata i potenti del partito. Quelli di Roma e quelli della Regione», tuona il consigliere passato al gruppo misto. Alessandro Gai è altrettanto diretto e spiega i motivi dell’uscita dal gruppo: «Vuole essere un segnale per il partito. Io e Messuri, infatti, non aderiremo al momento ad altre forze politiche e resteremo in attesa di chiarimenti da parte dei vertici regionali e nazionali su quello che sarà il vero futuro del Pdl».
Se alla Spezia è in atto un temporale anche a Genova si registra qualche turbolenza. Non per esclusioni di rilievo quanto per i criteri di assegnazione dei posti in lista e il listino. Non ha tutti, nel partito, è piaciuto l’inserimento di Roberto Dotta nella rosa dei sicuri eletti in caso di vittoria del centrodestra. Dotta, 52 anni, è il factotum di Biasotti e sua portaborse in parlamento. Uomo di fiducia dell’ex governatore già dal 2000 è stimatissimo per le sue qualità di uomo di organizzazione ma la «promozione» a consigliere ha fatto storcere il naso a molti. Così come altri nominativi che non sembrano esprimere il vero valore aggiunto per raccogliere voti: «Quel listino è perdente», è il ritornello raccolto tra domenica e ieri sera da diversi candidati, mentre anche il ministro Carlo Giovanardi, titolare della corrente Popolari Liberali, si lamenta di avere difficoltà a sostenere Biasotti per la mancanza di candidati della sua linea dopo l’esclusione di Vittorio Adolfo dal listino.
Chi si espone con critiche alla scelta di disporre in elenco alfabetico i candidati è Gianni Plinio che si ritrova verso il fondo: «Avrei preferito che si fosse tenuto in considerazione almeno i consiglieri regionali uscenti - lamenta -. Ma non sono turbato tanto da quello quanto dal mancato confronto in sede di direttivo regionale: si poteva discutere, poi una idea vince e l’altra perde e si rema dalla stessa parte, però la comparazione è necessaria». Qualcuno pensa già al dopo regionali da gestire per riformare il partito ma Plinio getta acqua sul fuoco: «La vittoria farà l’effetto dell’alcol, ci dimenticheremo tutto».