CAOS NELL’ITALIA DEI VALORI

«Il presidente dell’Idv Antonio Di Pietro e l’ufficio di presidenza terranno questo pomeriggio una conferenza stampa per fare il punto, dopo l’esecutivo tenutosi oggi, su alleanze, legge elettorale, questione campana e federalismo». Sì, come se fosse andato tutto liscio, una riunione di anime belle, di statisti che serenamente dibattono di legge elettorale e alleanze. Ma non è andata così, ieri. Non si dice, nel comunicato di partito, della semi-rissa andata in scena a palazzo Valdina, durante l’esecutivo nazionale dell’Idv che ha riunito tutta la pattuglia parlamentare dipietrista e tutti i consiglieri regionali Idv. Un partito spaccato a metà, tra urla, accuse, insulti e porte sbattute. Sul tavolo c’era, certo, la questione della Vigilanza Rai («L’Idv rientra in Vigilanza solo dopo la nomina del Cda» promette Di Pietro), delle elezioni europee, con un Di Pietro (forte degli ultimi sondaggi) deciso per lo sbarramento al 4% contro i partitini, perché l’Idv non si sente più tale. Ma il nodo che ha surriscaldato l’assemblea e ha tenuto banco per più di un’ora («di più, anche due, un macello!» racconta un parlamentare anonimo), e totalmente fuori programma, è stata la questione Campania, la metastasi del partito di Tonino che nella regione di Bassolino perde pezzi (consiglieri, segretari cittadini e sindaci) e alimenta scontri interni violentissimi.
È bastato che prendesse la parola il deputato che per primo ha sollevato la questione morale dentro il partito della moralità, quel Franco Barbato che da un mese si dice vogliano cacciare ma che poi non cacciano perché una fetta dei dipietristi è con lui. «Che ci fa qui uno come Nicola Marrazzo? Lo sapete chi è o no?» ha urlato Barbato in mezzo alla sala indicando il capogruppo del partito in Regione Campania e uomo di raccordo tra i bassoliniani e i dipietristi. «Ho qui in mano il documento con cui venne sciolto per camorra il consiglio comunale di Casandrino, nel 1998: Marrazzo faceva il consigliere lì!». Marrazzo è anche fratello di un imprenditore della zona, settore smaltimento rifiuti con imprese in odore di camorra. Barbato ha parlato di quello e degli altri buchi neri dell’Idv in Campania, amicizie strane, discutibili interessi poi finiti nelle inchieste della Dia sui sistemi Romeo-Mautone. Barbato e altri fedeli del dipietrismo smarriti dal silenzio del leader (i due consiglieri comunali di Napoli si sono autosospesi per protesta), hanno chiesto l’azzeramento dei vertici, l’allontanamento di Nello Formisano (deputato e coordinatore regionale), di Americo Porfidia, onorevole indagato per camorra.
Porfidia ieri era assente, ma quando Barbato ha fatto il suo nome è sceso in campo il leader in persona, arrivato trafelato a Roma con un’ora di ritardo causa neve a Malpensa: «I giornali hanno fatto tanto baccano su Porfidia ma poi si è visto che non c’è niente, i miei avvocati mi hanno detto che è tutto a posto» ha detto Di Pietro davanti a tutti difendendo la sua «mela marcia». Ma l’indagine dell’Antimafia non è chiusa.
Marrazzo contro Barbato, scontro aperto, con il deputato Gabriele Cimadoro (cognato di Di Pietro) che - raccontano - ogni cinque minuti chiedeva di togliere la parola a Barbato: «Basta, parla troppo, non è questa la sede!». Con Silvana Mura che perde la pazienza col deputato ribelle: «Sei uno str...!». E Di Pietro? Pare fosse interessato al duello: «No fateli dire, voglio capire che succede» avrebbe detto Tonino. Capire? «Mah, mi sembra strano che non sappia come stanno le cose» commenta a mezza bocca un parlamentare Idv.
Ma se Di Pietro assolve i suoi uomini in Campania, molti dipietristi stanno con i dissidenti. «C’è una spaccatura - dice un altro esponente Idv -. I parlamentari del Nord sono con i vertici, quelli del Centro-sud si lamentano e approvano Barbato» confessa un anonimo. Sì perché, per quanto sembri strano, il partito di Tonino ha le sue radici al Nord, in Lombardia (dove vive Di Pietro e la sua famiglia-partito). Lì stanno i pretoriani della prima ora. Mentre altrove, tra i dipietristi di seconda generazione, cresce la delusione. Soprattutto di fronte all’evanescenza del leader sulle questioni calde, come la Campania. «Lasciamo le giunte Iervolino e Bassolino, al voto» ha detto ancora ieri. Ma i suoi uomini stanno lasciando lui.