Caos in Pakistan, Bhutto prigioniera del regime

Ancora scontri e retate dopo una settimana di stato d'emergenza: 5mila persone in carcere. La leader dell’opposizione agli arresti domiciliari: il generale Musharraf le ha impedito di guidare la manifestazione di protesta a Rawalpindi

Benazir Bhutto, l’ambigua eroina dell’opposizione pachistana, è stata arrestata per un giorno. Ieri mattina centinaia di agenti dei reparti antisommossa l’hanno bloccata in casa. Le forze di sicurezza l’hanno fermata più volte mentre tentava di raggiungere i suoi sostenitori per una manifestazione di protesta contro il traballante presidente pachistano, generale Pervez Musharraf.
All’inizio sembrava che gli arresti domiciliari dovessero durare per un mese, poi è saltata fuori la versione che la Bhutto era stata costretta a rimanere in casa per la sua incolumità. I servizi di Islamabad avevano ricevuto la segnalazione di almeno otto terroristi kamikaze che davano la caccia a Benazir. Alla fine, in serata, il ministero degli Interni ha annunciato che gli arresti domiciliari sono stati revocati.
Musharraf, dopo aver annunciato che abbandonerà la divisa e convocherà le elezioni entro il 15 febbraio, è passato dalla carota al bastone. Ieri mattina l’ex premier Bhutto, rientrata in patria dopo otto anni di esilio, era decisa a recarsi a Rawalpindi per partecipare a una manifestazione di protesta del Partito popolare. Durante la notte erano stati arrestati centinaia di attivisti. Secondo i partiti d’opposizione, dall’imposizione dello stato di emergenza, sabato scorso, sono già finite in carcere 5mila persone. Il governo ne ammette, invece, la metà. Rawalpindi è la roccaforte militare di Musharraf e una protesta sarebbe stata una sfida troppo ardita al suo potere. Qualche centinaio di manifestanti che avevano raggiunto il parco, dove avrebbe dovuto tenersi il comizio della Bhutto, sono stati arrestati o respinti a colpi di manganello. Gli autobus che stavano giungendo da varie parti del Paese sono stati fermati lungo la strada.
L’ex premier aveva comunque deciso di sfidare lo stato d’emergenza. Al primo tentativo di uscire dalla sua villa di Islamabad, la capitale pachistana, gli agenti hanno cominciato a isolare la zona con il reticolato e a innalzare barriere. Al secondo tentativo, con la Bhutto alla guida del veicolo che cercava di forzare il blocco è intervenuto un blindato che ha bloccato sul nascere la “fuga”. Secondo le contraddittorie dichiarazioni ufficiali l’ex premier era stata trattenuta per «garantirne la sicurezza». Nessuno mette in dubbio che i terroristi islamici vogliano farla fuori, ma l’ex premier è stata bloccata mentre gridava «Musharraf vattene». La Bhutto non ha alcuna intenzione di demordere e ha ribadito davanti ai microfoni della televisione di Stato (le tv internazionali come Cnn e Bbc sono state oscurate) di essere impegnata «in una lotta per la democrazia. Non vogliamo che il Pakistan percorra la stessa strada dell’Irak e dell’Afghanistan».
Proprio ieri un kamikaze è riuscito a entrare nella residenza del ministro Amir Muqam, alleato a Peshawar del presidente Musharraf. La città è il capoluogo dell’area tribale dove una rivolta filo-talebana sta mettendo in seria difficoltà l’esercito pachistano. Il terrorista è riuscito a farsi saltare in aria uccidendo tre collaboratori del ministro, che invece è rimasto illeso trovandosi lontano dall’esplosione. «Non ho paura, sono già sopravvissuto a due attentati», ha commentato Muqam.
Chi invece teme per la stabilità del Pakistan è l’alleato americano. Il Pentagono ha reso noto che l’attuale crisi politica potrebbe mettere a rischio il piano comune della lotta al terrorismo e alla guerriglia talebana nelle zone tribali. L’altro aspetto preoccupante è che fra i due litiganti, Musharraf e Bhutto, che avrebbero dovuto diventare alleati nella spartizione del potere, ne esca favorito un terzo incomodo. Benazir viene accreditata attorno al 28% per cento nei sondaggi in vista delle elezioni parlamentari. In realtà, però, il candidato più favorito è Nawaz Sharif, l’altro ex premier ancora in esilio, destituito dal golpe di Musharraf nel 1999, ma che vorrebbe tornare in patria con l’appoggio dei sauditi. Nei sondaggi ha raggiunto il 36% dei consensi e non a caso la Corte suprema, prima di venir “congelata” dallo stato d’emergenza aveva ribadito che il suo esilio è illegittimo.