Caos politico europeo Quella inutile lezione della Merkel e di Sarkozy

Berlusconi punti su aziende, persone e lavoro rompendo le vecchie regole. Abbiamo il miglior avanzo primario: nessuno può darci lezioni in Europa 

Angela Merkel e Nicolas Sarkozy merita­no parole chiare e fredde. A nome dei loro Paesi pretendono di guidare l’Unione europea e da due anni non sanno come fare.«Gestione disastrosa»,è il refer­to stilato dal capo dell’area euro Jean- Claude Jun­cker. La Germania è una grande economia motri­ce e la locomotiva ha sbuffato fino a ora, alla gran­de, con le esportazioni sulla sezione del mercato mondiale che tira. La Francia gode di infrastruttu­re ad alto livello e di un sistema decisionale gaulli­sta. Ma Berlino da sola non ce la fa, e il suo sistema bancario è impaniato nella crisi del debito sovra­no. Lo stesso vale per Parigi, che ha in più alle spal­le una crescita patologica del debito pubblico ben oltre i parametri, goffi e cucitile su misura, di Maastricht, e nel presente soffre di un deficit trop­po alto rispetto a quello dei part­ner e di una crisi finanziaria e ban­caria di proporzioni più che rile­vanti ( la fine ingloriosa di Dexia in­segna, ma è solo un anticipo). Nes­suno in Europa è in grado di dare lezioni ad alcuno dei Paesi fonda­tori.

Secondo il grande economista liberal Paul Krugman, un ebreo americano di genio al quale per qualche ragione è stato perfino comminato un premio Nobel, al­la radice della crisi da debito, del­l­’altalena di sfiducia e speculazio­ne in cui si dondolano i mercati fi­nanziari, c’è il moralismo puniti­vo a sfondo calvinista che ha fatto dell’euro l’unica moneta al mon­do priva di una banca centrale ca­pace strutturalmente, non episo­dicamente, di fare la funzione del­le banche centrali: il prestatore di ultima istanza. Aggiungiamo l’eco culturale della Repubblica di Weimar, l’idea apocalittica che il mostro inflazionista sia sempre in agguato, sempre sbuffante, sempre scalpitante dietro ogni an­golo della storia, e che i bravi, gli operosi, i capaci, i parsimoniosi al­la fine son­o destinati a condivide­re la miseria comune con le cicale. Balle. L’inflazione si sta rivelando al momento un pericolo remoto, malgrado i potenti stimoli inietta­ti dagli americani nel circuito del­la liquidità dopo la crisi dei deriva­ti e dell’immobiliare al quale era­no collegati. E il debito, checché ne pensino economisti di valore ma a volte poco fantasiosi, come Alessandro Penati di Repubblica , si cura con la sua diluizione in al­tro debito, specie in emergenza, con la riduzione dei gradi di patri­monializzazione dell’economia, senza nuove tasse depressive, e con l’impiego delle risorse nella crescita economica a colpi di deci­se riforme liberalizzatrici e priva­tizzatrici.

Se questo è vero, e mi sembra difficile che una diagnosi conver­g­ente dei massimi economisti key­nesiani e dei massimi economisti liberisti possa essere smentita da qualche improvvisato nuovo pen­siero, Berlusconi è forse l’unico che possa dare, non dico lezioni, ma indicazioni puntute e respon­sabili ai suoi partner. Quale Berlusconi? Quello che non si lagna, che non si accoda, che non aspetta, che non scarica il barile, che non ha timidezze e complessi verso nessuno, il Berlu­sconi vero che non ha mai messo piede in Confindustria, che crea­va ricchezza e valore e mercato quando si accumulava il debito pubblico, e anche grazie al debito pubblico che ha reso ricco e forte (paradossalmente) questo Paese; quello che crede nella libertà del­le aziende e delle persone e del la­voro, che ha promesso una storica rottura delle vecchie regole, sia quando è entrato in politica sia di recente, quando la crisi da debito prometteva sinistramente di di­ventare la boa intorno alla quale fare girare i soliti giochi di potere.

Se Berlusconi capisse, e mi sem­bra che sia sulla buona strada, quanto rapidamente può girare la ruota dell’intelligenza degli italia­ni, ché quella della fortuna è più volatile, e quanto converrebbe a lui stesso ma soprattutto al Paese una svolta dura, radicale, scanda­losa e preziosa nella direzione di un’economia della libertà, quelle parole chiare, fredde, incisive, al summit europeo, e poi sempre, si­stematicamente, in tv e nel Paese e nel circuito internazionale, si de­ciderebbe a tirarle fuori. Le parole da sole non bastano. Il debito lo onoriamo e siamo in gra­do di ridurlo con l’avanzo prima­rio da primi della classe e il pareg­gio di bilancio, le nostre banche soffrono le conseguenze della soli­darietà con il circuito impazzito del credito mondiale ma stanno meglio di quelle francesi e inglesi, il nostro patrimonio è immenso anche per ragioni patologiche, perché sebbene cattolici e dissipa­tori in realtà risparmiamo come ossessi e gli imprenditori attribui­scono dividendi spesso rinuncian­do a investire in ricerca e innova­zione (ne tengano conto i giovani caprini di Confindustria riuniti senza i politici a far chiacchiere nell’isola bella).

Siamo in condi­zione di non subire alcun proces­so, come predicano per la gola i di­­sfattisti troppo furbi alla Scalfari e alla De Benedetti, e possiamo dire la nostra a voce alta e con la testa all’in su.Basta che Berlusconi fac­cia il suo mestiere fino in fondo, sa­crosante e serie riforme liberali, provvedimenti di finanza straordi­nari­a capaci di foraggiare l’econo­mia reale, insomma le cose stesse per cui fa politica da quasi vent’an­ni.