Caos Rai, una poltrona per due

Il Consiglio di Stato conferma la sentenza del Tar e ordina al Tesoro di riammettere Petroni, il consigliere rimosso. Ma il Tesoro non accelera la sostituzione. E Palazzo Chigi rincara: "Presto la riforma tv"

Roma - Una poltrona per due alla Rai. Lo ha sentenziato il Consiglio di Stato pronunziandosi sul ricorso d’urgenza del ministero dell’Economia contro l’annullamento della revoca del consigliere Angelo Maria Petroni e la sua contestuale sostituzione con Fabiano Fabiani. Si tratta del secondo stop giudiziario, dopo quello del Tar, alla manovra con la quale Prodi & C. hanno ribaltato i rapporti di forza con l’opposizione in Viale Mazzini: da 5 consiglieri a 4 per il centrodestra a 5-4 per il centrosinistra.
Alla telenovela si è aggiunto un nuovo capitolo. Ieri i magistrati amministrativi d’appello hanno respinto l’istanza di via XX Settembre perché «il danno lamentato non può essere qualificato come grave e irreparabile in quanto la “situazione di disagio” e i “gravi pregiudizi che la gestione dell’azienda viene a subire” non appaiono dipendere dalla sostituzione di un solo componente di un organo collegiale formato da nove componenti».
Ma che cosa succederà ora alla tv di Stato? Come prenderà le sue decisioni il cda? Tornerà Petroni nominato da Tremonti o il prodiano Fabiani targato Padoa-Schioppa? O coesisteranno tutti e due? La risposta a queste domande non può essere univoca. Per Anna Romano, difensore insieme con Filippo Satta del consigliere Petroni, il reintegro del consigliere defenestrato è «automatico». Il Consiglio di Stato, spiega il legale, ha respinto l’appello del ministero e di fatto ha disposto l’esecuzione dell’ordinanza del Tar che ha annullato la direttiva ministeriale con la quale si convocò l’assemblea per rimuovere Petroni».
Diversa l’interpretazione degli avvocati della Rai secondo i quali la stessa sentenza del Tar ordinava che la decisione fosse «eseguita dall’autorità amministrativa», cioè dal ministero che in qualche modo dovrebbe revocare Fabiani e reintegrare Petroni (ossia convocare una nuova assemblea; ndr). L’avvocato dello Stato, Gianni De Bellis, che ha rappresentato Padoa-Schioppa non si è voluto sbilanciare: «È un problema della Rai, noi chiederemo con urgenza l’udienza di merito e se il Tesoro ci chiederà un parere glielo forniremo». Una delle questioni di fondo, infatti, riguarda la giurisdizione della magistratura amministrativa sul governo di una società per azioni, seppur a maggioranza pubblica.
Comunque, in settimana non sono previste riunioni del cda di Viale Mazzini (che ha potere di firma sulle operazioni principali; ndr) e la notifica della sentenza del Consiglio di Stato non è ancora arrivata al settimo piano. Quindi il Tesoro ha a disposizione tempo prezioso per consultare gli avvocati e impartire le necessarie istruzioni al presidente della Rai, Claudio Petruccioli.
Il nuovo smacco inflitto dai giudici al ministro dell’Economia non poteva non avere conseguenze politiche. Il presidente della commissione di Vigilanza sulla Rai, Mario Landolfi (An), ha invitato Padoa-Schioppa a «trarre le dovute conseguenze» dalla sconfitta, un poco velato invito alle dimissioni. Sollecitazione giunta anche dal vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto: «La pronuncia del Consiglio di Stato sul caso Petroni ridicolizza il governo e gli toglie ogni credibilità».
Un «abuso d’ufficio», secondo il presidente dei senatori leghisti, Roberto Castelli, «un assalto criminoso miseramente fallito» per l’ex ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri. «L’occupazione del servizio pubblico è fallita», ha detto l’udc Francesco Pionati. Tutta l’opposizione ha chiesto che il titolare dell’Economia riferisca sulla vicenda al Senato.
Palazzo Chigi, ovviamente, ha cercato di fare quadrato e di sottolineare come la vicenda «evidenzia l’urgenza di accelerare la riforma del sistema radio-tv», il ddl Gentiloni da ieri in discussione alla commissione Lavori pubblici del Senato. Una corsia preferenziale evocata anche da parte del Pd con il suo nuovo responsabile Informazione, Marco Follini. I problemi di tenuta della maggioranza, invece, sconsigliano l’adozione di stratagemmi come un decreto, suggerito dal ds Giulietti. E se l’udeur Antonio Satta ha chiesto le dimissioni in blocco del cda, il consigliere in quota Udc, Marco Staderini, ha fatto sapere di non pensarci assolutamente: «Perché con Fabiani tutto andava bene e ora no?».