Capello, 10 milioni di guai: rischia fino a 3 anni di carcere

Il tecnico friulano è indagato per la buonuscita avuta dalla Roma e per i contratti con Preziosi. Lui si difende: "I miei affari gestiti con integrità"

Torino - È di quasi dieci milioni di euro il conto che la Procura di Torino e la Guardia di finanza si preparano a presentare a Fabio Capello, allenatore dell’Inghilterra, accusato di evasione fiscale. Dopo la rivelazione di ieri del Giornale, ripresa con grande risalto da tutti i media britannici nelle loro edizioni on line, Capello cerca in qualche modo di minimizzare: prima attraverso il figlio Pierfilippo («è solo un accertamento fiscale») poi con una dichiarazione dei suoi datori di lavoro, la Federcalcio inglese («Abbiamo parlato con Capello e ci ha assicurato che ha regolarmente pagato le tasse»); infine scendendo in campo, sotto il pressing asfissiante della stampa, in prima persona: «Le mie finanze sono in ordine, ho sempre condotto i miei affari con integrità», dice. E garantisce: «Non sono preoccupato».

In realtà, qualche motivo per essere preoccupato «don Fabio» dovrebbe averlo. Perché in realtà l’inchiesta è in uno stadio assai più avanzato di quello che l’ex allenatore di Milan, Roma e Juve, approdato un mese fa sulla panchina inglese, vorrebbe fare credere. Partiamo dai dati certi: il nome di «Capello Fabio, nato a Pieris il 18.6.1946» è stato iscritto all’inizio di luglio nel registro degli indagati della Procura torinese per il reato previsto dall’articolo 4 della legge 74/1996, cioè evasione fiscale, pena prevista da uno a tre anni di carcere. L’inchiesta, nata da una segnalazione dell’Agenzia delle entrate torinese, è stata assegnata dai vertici della Procura al pm Marco Gianoglio, che ha delegato le indagini al Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza. E nel mirino sono finite due operazioni, in particolare, che avrebbero permesso a Capello di incamerare redditi importanti senza fare il suo dovere di contribuente. Entrambe le operazioni ruotano intorno alla Sport 3000, la società di diritto lussemburghese - controllata a sua volta dal Capello family trust dell’Isola di Guernsey - che è il crocevia degli affari del tecnico friulano.

Delle due operazioni, la più redditizia è stata la transazione con cui nel 2004 si concluse il burrascoso divorzio di Capello dalla Roma. Il tecnico ottenne che la società giallorossa gli corrispondesse una sostanziosa buonuscita, che però venne fatta transitare sotto la voce «diritti d’immagine» verso la Sport 3000, in Lussemburgo, e così sottratta per intero al fisco italiano. Il secondo tema «caldo» nelle indagini su Capello riguarderebbe i rapporti d’affari del tecnico con l’industriale Enrico Preziosi, presidente del Genoa. Gli interessi di Capello e Preziosi sono curati sia in Lussemburgo che in Italia dagli stessi professionisti, e i due sono stati anche soci d’affari: la Sport 3000, attraverso un’altra società di Capello, la FC srl, aveva acquisito tempo fa una quota della Giochi Preziosi. E anche quell’operazione è finita nel mirino della Finanza.

Nell’autunno scorso sono state effettuate una serie di perquisizioni: il domicilio italiano di Capello, la sede della Roma, lo studio Severgnini, che a Milano cura gli affari di Capello e Preziosi. Ora l’inchiesta è vicina alla chiusura, entro febbraio il colonnello Gennaro Caramignoli invierà in Procura il rapporto conclusivo, poi la Procura chiederà il rinvio a giudizio di Capello. A meno che, conti alla mano, non si accerti che il reato commesso dal coach dell’Inghilterra è coperto dall’indulto. In quel caso si potrebbe estinguere l’inchiesta penale, ma l’inchiesta fiscale andrebbe avanti. Con i danni d’immagine che si possono immaginare per Capello, soprattutto in Inghilterra, esponendolo ad attacchi di cui le breaking news di ieri potrebbero essere solo il primo assaggio.