Capello esonerato dal Real

La vittoria nella Liga non è stata sufficiente a conservare il posto al tecnico. Il presidente Calderon pare orientato a scegliere il tedesco Schuster come allenatore

Madrid - A Fabio Capello non è bastato vincere lo scudetto per conservare il posto sulla panchina del Real. La giunta direttiva del Real Madrid e il presidente Ramon Calderon l'hanno esonerato. Il direttore sportivo merengue Predrad Mijatovic ha detto che nel corso della giunta è stato fatto "il punto della situazione" e si è analizzata "la stagione appena conclusa". Quindi gli è stata comunicata la decisione di separarsi da Capello. "È stata una decisione difficile, anche per quello che il tecnico ha fatto vincendo la Liga. Ma la giunta ed il presidente hanno deciso di non proseguire il rapporto con Capello". Mijatovic non ha però risposto alle domande dei giornalisti quando gli è stato chiesto il nome del prossimo allenatore. Il Real Madrid, però, come noto, avrebbe già raggiunto un accordo con il tedesco Bernd Schuster, attuale tecnico del Getafe.

Il tecnico della "toccata e fuga" Aveva abituato le sue squadre ad andarsene dopo aver vinto. L’aveva già fatto al Milan, al Real Madrid, alla Roma e alla Juventus. Ma stavolta Capello non ha fatto in tempo ad andarsene dopo la vittoria, a lasciare dietro di sé scie di rabbia e rimpianto. L’hanno mandato via come un tecnico qualunque che non centra alcun obiettivo. Forse è un episodio, forse la prima sconfessione del più classico dei luoghi comuni del calcio: conta solo vincere.

Giugno 1996: scudetto vinto a Milano, dopo un ciclo straordinario, Capello saluta e se ne va, a Madrid. Un anno dopo, vinta la Liga al primo tentativo, prende l’aereo di ritorno per salvare il Milan nei guai ma non ce la fa.

Fine campionato 2004, dopo quattro anni a Roma e uno scudetto vinto, dopo aver detto che mai avrebbe allenato la Juve, parte di notte per Torino. Con una Mazda dello sponsor romanista, gli grideranno dietro i tifosi sentendosi pugnalati alle spalle.

Alla Juve vince i due scudetti poi cancellati dalla giustizia sportiva di Calciopoli e il 4 luglio del 2006, sotto l’infuriare dello scandalo, molla pure i bianconeri dopo aver più volte assicurato che non l’avrebbe fatto. Ed ecco il Real Madrid, dove l’ormai sessantenne goriziano si sente così sicuro di sé, dei 12 milioni netti di stipendio per tre anni e di come andrà a finire, che non guarda in faccia a nessuno. Il Real non va, non lotta, non ha nemmeno un grammo della sua proverbiale rabbia. Via Ronaldo, via Beckham e basta pure con le ragazzate di Cassano, che esaurisce la pazienza del suo unico protettore. Si affida ai fedelissimi, infila 10 vittorie di seguito e si riporta sotto al Barcellona, in flessione di forma e di fortuna. Sembra il solito vecchio copione del Capello che non molla mai, del mascellone che alla fine la spunta sempre, e invece si aprono le prime crepe: al Santiago Bernabeu, dove il pubblico ha il palato fino - vittorie ma anche grandi giocate, campioni sontuosi, calcio offensivo - i gol fortunosi o arraffati con la grinta dopo partite tutt’altro che spettacolari non piacciono.

Capello, dicono in tanti, ha fortuna, le sue squadre giocano male, anzi non hanno proprio gioco: piovono i fischi, i cori irridenti, quell’ingrato di Cassano ne imita la camminata impettita davanti ai compagni che si sbellicano dalle risate e il tutto finisce su Internet e fa il giro del pianeta. L’uomo di Pieris perde l’autocontrollo, alza il medio e lo mostra al pubblico di casa, rimediando pubblica riprovazione e una salata multa dalla società. La Liga ha un finale mozzafiato: torna Beckham, tutto si decide non nell’ultima partita ma negli ultimi 45’, quando il Real rimonta e vince nell’ultimo quarto d’ora superando il Barcellona al fotofinish. È la grande rivincita di don Fabio, che però non dimentica. Stavolta ne sono successe troppe, il presidente Calderon e metà della Giunta che governa il Real non lo sopportano e non tollerano che si possa vincere giocando male. Lui, l’uomo della mentalità vincente, reagisce male, va giù duro sul nemico di sempre, Arrigo Sacchi, attacca i giornalisti, i critici e quei pochi che non si sono mai mescolati al coro del «conta solo vincere» o che non hanno mai condiviso i suoi metodi e il suo gioco, da Edgar Davids a Vincenzo Montella. Quella di Madrid rimarrà un’eccezione e forse il goriziano vincente tornerà anche a piacere, ma una crepa si è aperta nelle incrollabili certezze di don Fabio e di un tipo di calcio: e se non bastasse più soltanto vincere?