Capello non scappa più: "Vinco sempre sul campo"

"Ho detto a Calderon che voglio restare", ma il Real pensa già a Schuster. "E ho dimostrato all’Inter che non mi servono aiuti speciali..."

Madrid - Vince e divide. Anzi vince, divide e scappa. Scappa da Roma (dai debiti) e da Torino (dallo scandalo). Scappa, tranne qui a Madrid. Dove avrebbe voglia di incatenarsi alla panchina del Real e invece lo mettono alla porta. È Ramon Calderon che lo mette alla porta nonostante quel sontuoso contratto da 5 milioni netti di euro (più premi doppi, tanto per gradire) in vigore per altri due anni. «È l’ultimo della mia carriera», promise don Fabio un anno fa e adesso, col titolo di Spagna in tasca, conferma in modo solenne. A 61 anni compiuti ieri vuole godersi la vita, le ricchezze e i trofei accumulati, provando a dimenticare l’amarezza di critiche feroci.

Dev’essere colpa del suo calcio avaro di emozioni, fatto solo di grandi firme e di giocate personalizzate. Anche nell’ultima notte, l’han salvato Reyes e Higuain, due ragazzi lasciati in panchina. «Questo è un gruppo destinato a fare ancora meglio tra un anno» è il suo pronostico pronunciato nella notte dei lunghi coltelli, la notte del delirio blanco di Madrid (600mila tifosi in piazza, Tom Cruise in tribuna, 100 arresti, 23 feriti all’ospedale, proiettili di gomma sparati dalla polizia per frenare atti di vandalismo). Quello di Capello è stato un distacco polemico dal Real e un festeggiamento all’ultimo scudetto di una carriera luminosa e discussa. «Ho dimostrato che con il mio gruppo di collaboratori sono capace di vincere senza alcun aiuto esterno» è stata la sua prima frase, domenica notte, al Bernabeu. Indossava la camiseta blanca con la scritta 30 campeones e aveva negli occhi la feroce voglia di chiudere i conti. Con Ramon Calderon, il presidente innanzitutto, definito in privato «un dilettante».

«Gli ho detto chiaro che voglio restare, ho costruito un bel muro, ma credo che voglia ricorrere a un altro architetto. Di sicuro in questo anno non ha fatto molto per appoggiarmi» è stato lo sferzante giudizio di una mossa di mercato che è già nota, l’arrivo di Bernd Schuster, tedesco, già giocatore del Real ai tempi in cui prendeva legnate dal Milan di Sacchi. Arruolato anche l’allenatore del Racing di Santander, Miguel Angel Portugal, col compito di rimpiazzare Franco Baldini, il consulente di mercato voluto da don Fabio. Altro segnale che ormai il dado è tratto e l’avventura spagnola del mascellone di Pieris chiusa. Deciderà la giunta del club nell’appuntamento di lunedì prossimo ma entro venerdì, al ritorno dalla brevissima tournée in Israele (amichevole programmata direttamente con Simon Peres) è previsto l’annuncio del ribaltone madridista. Che gode del sostegno, pieno e convinto, dei giornali della capitale spagnola, tutti schierati contro don Fabio e il suo calcio sparagnino. «Ah questi giornalisti: in Italia come in Spagna si mettono dietro un computer e diventano tutti professori. Mi hanno affibbiato l’etichetta di difensivista e non guardano neanche le cifre. Basta vedere il gran numero di gol subiti dalla mia difesa per capire che questa è l’ultima accusa che mi può essere rivolta» la sua stoccata prima dell’intemerata con destinazione Milano nerazzurra.

Capello detta deciso: «In Italia e qui ho vinto sul campo, regolarmente. E sento tutti miei i 9 scudetti della carriera da allenatore, compresi gli ultimi due della Juve. La penso come Nedved: abbiamo sudato e lavorato per conquistarli. Se poi arriva uno che si chiama Rossi e decide in modo diverso, cosa posso farci? Piuttosto, visto che ci sono, voglio togliermi una spina dal piede. Voglio dire a quelli dell’Inter che nella supercoppa d’Italia loro vinsero, con arbitro De Santis, grazie a un gol in fuorigioco e a un gol regolare di Trezeguet annullato, ma nessuno se ne ricorda, mi sembra». È una filippica dedicata agli interisti e a Moratti che pure un giorno, dopo averlo convocato a Lugano, lo definì il migliore rispetto allo stesso Mancini. Il migliore nel vincere, dividere. E sparire.