Capello, il ritorno a Wembley

Stasera l'esordio di Sir Fabio alla guida della nazionale inglese contro la Svizzera: per i giocatori di Sua Maestà dal tecnico friulano un decalogo di regole ferree

Londra - Hi Fab! Qualcuno lo saluta così. Fab come Fabio, ovvero Capello. Già ma quello non è Capello. Sala stampa del London Colney, detto in sintesi il centro d’allenamento dell’Arsenal, una sorta di Milanello posizionata a trequarti d’ora dal centro di Londra. Folla di giornalisti in attesa della prima vigilia di Capello. Parole italiane che volano nell’aria. Stanno imparando anche loro. Sui giornali inglesi maramaldeggia il suo decalogo: guai a chi usa il cellulare fuori di camera, guai a chi si presenta a pranzo con le infradito e non in tuta e scarpe, guai a chi non indossa la divisa federale prima e dopo la partita, guai a chi si allontana dalla sala da pranzo prima dell’England manager (cioè lui), guai a chi si serve dal room service, guai a chi perde troppo tempo con i videogame, guai a chi pensa di portarsi in ritiro amici e deliranti Wags (che poi sono le mogli), guai a chi non va a dormire alle dieci, guai a chi dimentica che si mangia tutti insieme, guai a chi usa grassi, cioccolata e alcol, guai...

Back to school (ritorno a scuola), ha scritto il Daily Mail. Capello, linea dura con le stelle, ribatte il Daily Star. «CapItal punishment», il Sun gioca con le parole. Un tripudio di cose serie (disciplina e nuova dieta, riassume il Times) e diversificanti: per esempio non gli piace l’albergo della nazionale, una ex tenuta di campagna dei conti di Clarendon: troppo lusso, troppo grande. Cambierà.

Fab, quello che i cronisti salutano, in realtà è Brian Woolnough, giornalista del Daily Star che tanto gli somiglia e qualcosa ci mette per farlo notare: stesso gusto per la camicia rigata, occhiali simili, come la capigliatura, faccione rugoso, mascellone. Per ora se la passa bene, come quello vero, poi si vedrà. Sì, perchè leggendo i giornali, ascoltando le domande, osservando le sensazioni, Capello deve aver fatto scoprire agli inglesi un mondo che non conoscevano. Li ha soddisfatti sul capitano: Steve Gerrard. Non c’è stata altra domanda sulla squadra. Contava solo la prima: chi sarà il capitano? Ma poi sono scesi dalla luna, scoprendo regole e disciplina. Perchè? «Evidentemente qui non sono abituati ad avere regole», dice la prima risposta, che poi è sempre quella che vale. Poi addolcita: «Siamo professionisti, abbiamo obblighi verso i tifosi, se rispettiamo le regole creiamo un gruppo e una mentalità che deve essere vincente». Chiama i giocatori per cognome. Cosa significa? Prima andavano di moda nomignoli ed affini. «Perchè ognuno ha il suo ruolo. Conta il rispetto. Possiamo chiamarci come vogliamo. Loro mi chiamano The boss. E va bene».

La replica è accompagnata da una risata. Già, ma c’è una promessa non mantenuta. Aveva detto: «Quando giocheremo con la Svizzera parlerò inglese». Lo parla, ma solo con i giocatori. Non nella conferenza stampa ufficiale. Risposte in italiano e traduzione simultanea. Il particolare non sfugge. Ribattuta secca: «Con i giocatori è facile parlare, con i giornalisti lo farò quando conoscerò bene le parole: voi siete bravi a fraintendere, e io sono molto attento». Facile capirne il retrogusto. Dietro agli occhiali, nel tono della voce, traspare un altro Capello, quello che anche noi italiani non conoscevamo: un uomo che si sente solo davanti a un mare d’inferno, coraggioso e pronto ad affrontarlo, ma la voce di tanto in tanto stenta, le frasi sono secche, quasi mozze, decise ma qualche volta imprecise. Sensazione di disagio, le parole escono sottili, non pesanti. Eppure qui lo hanno chiamato il Messia. Lui ha ricordato che non è in grado di far miracoli. «Ma per ora posso dire a un giocatore di starsene in camera, anzichè andare a giocare a golf». Non miracoli, ma piccoli aggiustamenti. Tutto finchè durerà la luna di miele. Stasera è già partita, la prima a Wembley e contro la Svizzera. E forse domani sarà un altro giorno. E un’altra luna.

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