Al capezzale delle case «malate» Così si attende il responso dei periti

nostro inviato all’Aquila

«Quinto piano tocca a voi». «Tocca a noi!». Una donna si fa il segno della croce. L’amministratore di condominio Sandro De Nicola dà l’esempio, entra per primo. Veloci. Anche gli anziani salgono veloci le scale fino in cima. I gradini scivolano di polvere. A ogni curva una spaccatura dell’intonaco. Un affanno senza fiato. È il respiro di chi trattiene anche il pensiero. Eccola, la casa.
Gli osservatori delle crepe sono già negli appartamenti e guardano il muro, le ferite dell’intonaco come medici su un paziente. C’è un momento di silenzio: «È agibile?». È come chiedere: «Sta bene?», «È vivo?». Gli osservatori delle crepe fanno un cenno con il capo, indicano piccole fessure come se fosse un ottimo segno di salute, altro che sofferenza. La casa non è una gamba da amputare. La casa respira.
Sotto, una strada piena di gente aspetta la prima perizia del quartiere. Stanno al capezzale del loro palazzo gli inquilini del civico 27, del civico 8 e del 10, dove si sono organizzati con sedie di plastica. Per il giorno della perizia sono rientrati dalle coste dell’Abruzzo e da Roma, sono arrivati dalle tende per conoscere la verità.
I tecnici sono partiti da qui a guardare L’Aquila, da un palazzo a cinque piani del 1968 in via Alcide de Gasperi 35.
Agibilità oggi al quartiere Torrione significa libertà. E per questo fa paura. È la sfida di aggredire quel «mostro che ci ha svegliati di notte», come dice una ragazza di trent’anni, Cristina Simoncelli, che ora lotta per la sua casa a Pettino. La libertà di decidere dà vertigini e ricordi. Ma almeno qui, al civico 35, si può scegliere. La casa è viva. Più della metà degli edifici controllati in questo primo giorno, il 53%, sono dichiarati agibili.
Immagini di un attimo dal quinto piano: una coppa enorme piantata sul pavimento, i libri sparsi a terra con le pagine aperte e piegate, la libreria crollata. «È come una violenza - dice Sandro, del secondo piano - come se mi avessero rubato in casa». Un pugno di ferro contro i mobili.
«Giù!». Si scende più piano. L’atrio è un sollievo. «La struttura regge, i tramezzi sono danneggiati ma non pericolosi», sussurra un vigile del fuoco ingegnere. È la sentenza di vita. «Prendiamo le bottiglie in cantina!», propone Alfredo del Maestro, che questo mese aveva già raccolto le quote condominiali, duecento euro a testa, per il riscaldamento. I vicini sorridono e tremano: si torna ma non subito, «aspettiamo un po’, o forse non riuscirò mai», ammette Giuseppe, che ha appena visto le sue coppe da tennista rovinate a terra. Adesso è solo questione di coraggio: «Ringraziamo Navarrino, ci ha salvati», dicono gli anziani del condominio. Navarrino Giuliani, costruttore dalle mani di acciaio. Sono suoi questi palazzi in mattoncini gialli che hanno resistito al terremoto.
Gli osservatori delle crepe guardano ancora le incisioni sulle tamponature. Non ci sono ferite a quarantacinque gradi, le più pericolose. Se c’è l’assenso definitivo del Comune, qui si può tornare a sconfiggere la paura. La risposta è sì anche per il civico 27. L’amministratore Gaetano De Benedictis si toglie il casco come se rimuovesse un mattone dalla testa: «Per domani confermo la riunione condominiale già programmata». Prima di morire, il costruttore Navarrino Giuliani non avrebbe mai immaginato che un quartiere intero un giorno gli avrebbe detto grazie.