Capezzone: "Anti-Cav con licenza di aggredire"

Il politico azzurro il giorno dopo il pestaggio denuncia un clima
intimidatorio: "Chi è sospetto di berlusconismo ha il marchio di
infamia, i teppisti invece...". Poi sul network d'odio spiega: "Dopo Tartaglia ricordo i blitz contro Dell'Utri, Schifani e la Cisl"

Roma - «Ha letto quel capolavoro della letteratura americana che è La lettera scarlatta? Ecco, facendo ovviamente le debite proporzioni, oggi chi sta vicino a Silvio Berlusconi è un po’ come la Hester Prynne di Hawthorne: marchiato a fuoco e additato alla pubblica riprovazione». Al posto della rossa «A» di «adultera» c’è una virtuale «B» azzurrina, ma il marchio d’infamia è più o meno lo stesso, dice il portavoce del Pdl Daniele Capezzone, il giorno dopo il cazzottone a sorpresa sferratogli per strada da uno sconosciuto.

Come sta, Capezzone?
«Ancora dolorante, grazie. Nessun danno grave, ma una bella botta alla tempia, e un gran mal di testa. Soprattutto però sono amareggiato. La cosa che mi dispiacerebbe veramente sarebbe dover smettere di prendere l’autobus la mattina, e di parlare con la gente che incontro».

Va in giro in autobus e non si è mai preso qualche parolaccia?
«In autobus, in metrò, a piedi: da quando faccio politica lo ho sempre fatto. E certo, spesso mi riconoscono. Qualcuno mi saluta, qualcun altro mi sorride o si complimenta e certo, qualcuno mi apostrofa e si mette a discutere, a chiedermi conto, a fare le sue rimostranze sulla politica. Ma anche la discussione più accesa col critico più fervente è sempre finita con una stretta di mano: in tanti anni non mi era mai accaduta una cosa simile, e quindi non me la aspettavo. Anche se le premesse non sono mancate».

Di quali premesse parla?
«Vogliamo cominciare dalla statuetta in faccia a Berlusconi? Oggi, in Italia, tutto quello che viene considerato sospetto di berlusconismo gode di una sorta di sigillo di infamia, di “aggredibilità”. E chi aggredisce non corre rischi enormi, diciamo».

Si riferisce a Massimo Tartaglia?
«Beh, non ho alcuna intenzione di polemizzare con i magistrati che lo hanno assolto e che sicuramente avranno avuto ottime ragioni. Mi chiedo solo se in altri paesi il ferimento del primo ministro sarebbe finito a tarallucci e vino. Ma l’elenco è lunghissimo e inquietante ormai».

Lo faccia.
«Ad agosto l’assalto al convegno di Dell’Utri, con Di Pietro che poi si congratulava: “Bravi, zittitelo in tutte le piazze”. A settembre quello contro Schifani alla festa del Pd, con Grillo che annunciava: “È solo l’inizio, per loro è finita”. Poi il fumogeno contro Bonanni, con la signorina che lo ha tirato che spiegava che “di giacche se ne può comprare altre”».

Anche lei parla di «network dell’odio»?
«Parlo di una realtà molto minoritaria, lo zero virgola del paese, ma con una grande capacità di penetrazione e di attivismo, che colpisce con totale intolleranza chi la pensa diversamente. Ha visto cosa è successo oggi a Genova contro Chicco Testa? Un manipolo di presunti ambientalisti hanno fatto irruzione a una sua conferenza sul nucleare, lo ha insultato urlando e gli ha impedito di parlare. Quelli che lo hanno aggredito non se ne rendono neppure conto, ma è puro e semplice squadrismo».

Capezzone, almeno ha avuto la soddisfazione di ricevere fiumi di solidarietà da sinistra, non è contento?
«Ringrazio tutti gli esponenti della sinistra, uno per uno, perché le loro parole erano sincere e persino affettuose. È bene che dal centrosinistra si erga un muro contro quel tipo di violenza».

Anche Di Pietro ha un po’ solidarizzato, ma dice che lei non deve strumentalizzare il cazzotto.
«Guardi, sarà la botta in testa che mi ha fatto diventare buono ma non voglio polemizzare neanche con Di Pietro. Eviti però di cominciare con i “ma” e i distinguo con chi picchia».

Tanto affetto anche da Futuro e libertà, ha visto?
«Ne sono felice e li ringrazio, a cominciare da Gianfranco Fini. Un po’ meno piacere mi fa leggere sul sito di Generazione Italia che si solidarizza solo col mio aggressore... Tutte le opinioni sono lecite, ma forse è il caso che da Fli diano un’occhiata al sito».

Che fa, vuole censurare la rete?
«Giammai: sono e resto un liberale libertario, e difendo il free speech in tutte le sue forme. Ma a volte affacciarsi alla rete è come sporgersi su un abisso: fa paura l’aggressione violenta, i gruppi anti-qualcuno su Facebook, fa impressione leggere, come mi succede, la descrizione dei modi in cui vorrebbero farmi morire. Il tutto al riparo dell’anonimato e del branco. Almeno se ne assumano la responsabilità».