Capezzone e il valzer da Pannella a Silvio

A 28 anni era segretario dei Radicali. Deluso dall'abbraccio con Prodi, ora è portavoce di Forza Italia: "Scommetto sul Pdl. Se va bene mi sposo". E su Pannella: "Nel suo intimo sa di avere sbagliato tanto"

Cortese per natura, Daniele Capezzone è oggi ancora più premuroso. È tutto un cedermi il passo, invitarmi a sedere, sorridere aggraziato. Elegante e ben curato da anni, è addirittura da passerella oggi nell'abito blu. In meno di due mesi dal suo ingresso nel Pdl, l’ex segretario radicale è già il berlusconiano tipo: glamorous & fashionable.

«Sono lietissimo di vederti», dice mentre accosta la porta della sua stanza al Velino, l’agenzia di stampa di cui è da sei mesi socio e direttore.

«Spero tu non perda la letizia nel corso dell’intervista, furbacchione. Sei appena entrato e già sei portavoce di Fi. Mandrake?», chiedo.
«Ringrazio Berlusconi che mi ha dato un’opportunità che mi lusinga», dice Daniele e si assesta gli occhialini che dilatano i suoi occhioni blu.

«Perché ha scelto te che fino a qualche mese fa eri con i radicali, stretti alleati di Prodi?».

«Io sono una bestia strana. Sono un politico che si dimette. Ho lasciato Pr e presidenza della Commissione Attività produttive quando Prodi era bene in sella. Non ho guardato alla convenienza. Ho mollato, punto. Alle ultime elezioni non mi sono neanche candidato», e mi guarda come se dovessi appiccicargli seduta stante una medaglia.

«Che c’entra questo con la nomina?».

«Credo che proprio questo abbia colpito il presidente. Da parte sua è stato un atto notevole scegliere come portavoce del partito un outsider totale».

«Come ogni pupillo di Marco Pannella hai finito per litigarci. È un Saturno che mangia i figli?».

«Logoro cliché che non gli rende giustizia. La verità è che ha commesso un drammatico errore che si chiama Prodi-Visco. Il Pr, che aveva portato in Italia il liberismo, vota per le tasse di Visco. Un suicidio», dice triste e reclina la testa come un fiore appassito. Ha capelli scuri graziosamente pettinati con un ciuffetto.

«Perché hai rotto con Pannella ed Emma Bonino?».

«Le asprezze personali contano poco. È stato un dissenso politico. Da segretario pr mi sono battuto anni per la riduzione di tasse e spese. Loro, invece, hanno sostenuto con la prima Finanziaria di Prodi l’aumento delle tasse, con la seconda l’aumento delle spese. E io ho fatto fagotto».

«Una volta radicali, sempre radicali?».

«Oggi, i radicali sono allo sbando. Politicamente, se la intendono con Folena e altri avanzi comunisti e verdi. Elettoralmente, alle Comunali di Roma hanno preso lo 0,6, meno della lista “Under 30” di Rutelli, un po’ più delle liste “Forza Roma” e “Avanti Lazio”. Mi dispiace».
«Pannella non se ne accorge?», chiedo e giro gli occhi sulla stanza ipermoderna. Tavolo di vetro, tre gigantografie di grattacieli newyorkesi, vista sul Quirinale.

«Nel suo intimo sa di avere sbagliato tanto. Comunque, auguri».

«Bonino?».

«Al Senato ha votato contro il decreto sul prestito Alitalia. Era lo stesso prestito deciso da Prodi e da lei votato al Consiglio dei ministri», dice sarcastico.

«Non puoi sfilarti. Eri tu il segretario pr quando, nel 2006, decideste l’alleanza con Prodi», gli ricordo.

«Purtroppo, fallì l’intesa col centrodestra. Me ne dolsi. Così, andammo alle elezioni con Prodi, ma in autonomia. Dovevamo giudicarlo da ciò che avrebbe fatto. Di colpo, invece, ci siamo totalmente appiattiti».

«Mantieni le tue amicizie tra i radicali, per esempio con Massimo Bordin, il direttore di Radio Radicale?».

«Ho tantissimi amici in giro per l’Italia. Di Bordin non parlo».

«Ma ti difese quando Pannella volle radiarti dalla radio!».

«Poi, ha scelto di conservare la direzione. Auguri anche a lui».

«Pannella da vicino?».

«Pirandellianamente ci sono tanti Pannella quanto lui sceglie che ce ne siano. In questi due anni, non c’è stato il Pannella migliore».

«È autolesionista?».

«Gli succede quello che accade in tante piccole aziende. Il fondatore ha paura di farle crescere e diffida dell’ingresso di nuovi soci. Per le stesse ragioni, Marco mette a rischio la sua impresa e la sua storia».

«Bonino?».

«Ha scelto di non osare. Al netto dei suoi prestigiosi incarichi (è vicepresidente del Senato, ndr), il suo profilo è oggi chiaramente scolorito».

«Come tanti – da Rutelli a Giovanni Negri – anche tu hai lasciato gli studi a metà, fagocitato in tenera età da Marco», stuzzico.

«Io sono un ragazzo fortunato che a 35 anni ha potuto fare tantissime cose anche grazie al Pr. Ho imparato che la ruota gira. A volte ti telefonano ogni due minuti, altre non ti si fila nessuno. Importante è restare sereni e fare ciò in cui si crede».

«Si dice che i pupilli di Marco siano anche i suoi amasi. Tu lo sei stato?».

«No», replica e mi fissa duro, ma senza rossori né imbarazzo.

Oggi sei col Cav che hai spesso insultato. Con che faccia?
«Berlusconi è stato il primo a sorridere affettuosamente di qualche battuta birichina che ho fatto su di lui in passato».

Hai detto di lui: «Ha una visione clerico-fascista su divorzio e droga». Il Cav è clerico-fascista?
«Al contrario. Berlusconi ha tenuto un ammirevole equilibrio tra il rispetto della sensibilità religiosa e la necessaria laicità dello Stato».

Che pensi dell’uso di droga?
«Non la consumo. Ma il proibizionismo non è la soluzione. Per mettere d’accordo proibizionisti e anti, è necessaria una grande campagna informativa sui rischi dell’uso e dell’abuso di droga».

Sempre del Cav hai detto: «Quando è entrato in politica aveva cinque miliardi di debiti, oggi ha 29 miliardi di attivo», sottintendendo maneggi.
«Maneggi, lo dice lei. Obiettivamente, si è trattato di una gestione di straordinaria efficacia. I retro pensieri li lascio ai malpensanti come lei».

Fai pure l’offeso, sbarbatello. Io continuo col tu. Tu svicoli. Se accusi uno di guadagnare con la politica, gatta ci cova. O no?
«Non svicolo. Capisco però che gli oppositori di Berlusconi possano ricamare sulla variazione in positivo. Ma non va dimenticato che qualcuno – vedi Di Pietro – voleva sfasciare lui e Mediaset. Bene che non ci sia riuscito e che l’Italia abbia guadagnato un politico liberale in campo».

Ti pesa il conflitto di interessi?
«Davvero c’è chi pensa che Berlusconi abbia vinto perché ha le tv? Se la sinistra lo pensa, perderà per 20 anni».

Sei approdato al Pdl per stato di necessità o banale opportunismo?
«Mi sono schierato con chi è più credibile sul terreno dell’economia liberale e della riduzione delle tasse».

Da liberista, ti fidi del neo statalista Tremonti?
«L’esordio è eccellente. Via l’Ici e detassazione degli straordinari. Visco appartiene a un’altra era».

Sei stato tra i paladini dell’indulto. Vari, usciti di galera grazie a te, hanno ucciso e stuprato.
«È stata una battaglia giusta, gestita tafazzianamente da Prodi. Così, una buona intenzione si è risolta malamente».

D’accordo con l'introduzione del reato di clandestinità?
«L’Italia appare tuttora un posto dove chiunque può arrivare e fare qualunque cosa. Serve un segnale. Reato o no, il governo ha dato una svolta».

Limitare le intercettazioni è un regalo ai delinquenti?
«Lo dicono solo Di Pietro e i suoi. Per caso, il suo obiettivo è intercettare il cento per cento delle telefonate del cento per cento degli italiani?»

Le toghe napoletane che, all’indomani della nomina del sottosegretario ai rifiuti, gli hanno arrestato lo staff?
«Mi hanno preoccupato. Vorrei la collaborazione di tutti con gli sforzi di Berlusconi. Bene ha fatto il premier a difendere i suoi incaricati, subito e pubblicamente. Erano nel mirino».

Una volta ti dissi che quello dei radicali schierati a sinistra era un tradimento. Hai risposto: «Questo film del tradimento dove lo danno?». Lo fu o no?
«Riconosco che il film è stato effettivamente trasmesso. Ma successivamente al nostro colloquio. Di qui, la mia uscita dalla sala cinematografica».

Quando tu flirtavi con Prodi stavano già col Cav tre radicali coi fiocchi: Calderisi, Della Vedova, Taradash. Spocchiosamente hai detto: «Auguro loro di portare nella Cdl il liberalismo che noi porteremo nel centrosinistra». Lo ridiresti?
«Loro hanno davvero centrato l’obiettivo. Io ci ho provato, ma sono stato lasciato solo. Ne ho tratte le conseguenze».

In passato, hai sempre escluso di sposarti. Ora?
«Mai dire mai. Però, lavoro 20 ore il giorno. Non è onesto fare progetti che rischierebbero di essere troppo fragili».

La fine dei rossi rossi?
«Loro dicono che il Paese non li ha capiti. Penso invece che li abbia capiti benissimo: no Tav, no Ponte... No tutto. E il Paese vuole invece dire sì».

La pax Cav-Veltroni?
«Berlusconi fa bene a cercare di salvare il soldato Veltroni. L’Italia vuole il bipartitismo. Guai se dallo sfascio del Pd tornasse il festival dei nanetti. Però Veltroni si sta facendo fagocitare da Di Pietro e mi lascia allibito».

Facendo il portavoce hai messo una pietra sopra a ogni velleità di critica. Zitto e cuccia per cinque anni?
«Spero, nel mio piccolo, di favorire la maggioranza dicendo cose utili, liberali, non scontate».

Qual è il tuo futuro, giovanotto?
«Ho scommesso sul Pdl. Se va bene, magari, mi sposo».