CAPEZZONE, EX SEGRETARIO DEI RADICALI

da Roma

Daniele Capezzone, presidente della commissione Attività produttive della Camera, è stato tra i primi a remare controcorrente e a schierarsi in difesa della libertà di stampa nelle ore concitate delle rivelazioni sul ricatto fotografico ai danni di Silvio Sircana. Ora, di fronte alle ultime rivelazioni, rilancia chiedendo le dimissioni di chi disse che le foto di Sircana non esistevano.
Onorevole Capezzone, una grande macchina mediatico-politica ha cercato di far passare quello de il Giornale come una non-notizia o addirittura un falso scoop. Si è trattato di una operazione in buona fede?
«Non lo so. Constato che questa macchina è andata a sbattere e anche in maniera fragorosa. Il tempo è stato galantuomo. Sono bastati cinque giorni per smontare un ridicolo castello di carta e di indignazione a orologeria».
Cosa si aspetta da parte di coloro che avevano apertamente parlato di una bufala?
«Guardiamo i fatti. Fatto numero uno: le foto ci sono. Molti hanno fatto finta di credere che le foto non ci fossero. È stata patetica la campagna volta a insabbiare una circostanza ritenuta scomoda. Aggiungo un particolare: negli Stati Uniti il politico viene punito non tanto quando si rende protagonista di vicende a sfondo sessuale quanto invece quando dichiara cose che poi si scoprono non corrispondere al vero. I casi di Clinton e Gary Hart sono nella memoria di tutti».
In quelle ore concitate in molti chiesero le dimissioni di Maurizio Belpietro.
«Alla luce di quanto accaduto proporrei io le dimissioni di tre categorie. Innanzitutto di chi ha negato l’esistenza delle foto. In secondo luogo di chi aveva chiesto le dimissioni di Belpietro. E infine di chi ha varato i provvedimenti sulla privacy che sono liberticidi e gravissimi».
Un tentativo di ricatto ai danni del portavoce del premier è notizia in tutto il mondo. In Italia in molti hanno tentato di togliere dignità di notizia a quanto accaduto a Sircana. Perché?
«Bisognerebbe chiederlo al Garante della privacy e a tutti quelli che hanno sostenuto che non fosse una notizia. I parametri scelti dal garante, se mantenuti, produrranno un solo effetto: il caos. Chi stabilisce se una notizia è essenziale o di interesse pubblico? E perché questa censura deve riguardare il sesso ma non la droga o le malattie? Siamo stati pochi, troppo pochi, sin dall’inizio, a indicare il grave pericolo per le nostre libertà, rappresentato da quei provvedimenti».
L’intervento del Garante è scattato quando è stato toccato un parlamentare, nonché portavoce del governo. È una circostanza preoccupante?
«Le chiacchiere stanno a zero, fintanto che si faceva barba e capelli a manager, veline e calciatori tutti zitti. Appena c’è andato di mezzo un politico si è scatenata la canea che abbiamo visto. Ma ora la priorità politica è rimuovere questo provvedimento che colpisce il cuore della libertà di espressione».
Lei crede in una sorta di censura preventiva per la stampa?
«No. Preferisco di gran lunga il sistema anglosassone in cui ognuno scrive quello che vuole scrivere e naturalmente, se sbaglia, paga. Gli editori inglesi e americani accantonano denaro per compensare chi viene colpito nell’onore. Aggiungo: smettiamola con questa ipocrisia per cui quando non si ha la forza di fare la guerra alla Russia, ovvero alla magistratura, la si fa all’Albania, ovvero alla stampa».
Sulla privacy un politico deve avere maggiori o minori tutele rispetto a un privato cittadino?
«Non può esserci una sorta di doppio binario per cui quando fa comodo si cerca la luce dei riflettori e quando non fa comodo ci si trincera dietro il diritto alla riservatezza. Basta anche con i politici che fanno le mammolette. Sono gli stessi che per una comparsata in tv venderebbero la madre e poi quando gli fa comodo alzano le barriere della privacy. Semmai quello che va garantito è un pieno diritto di rettifica, una battaglia che i Radicali portano avanti dagli anni ’70».