Capi eleganti da indossare e da leggere

In «La voce della moda» di Anna Panicali «sfilano» filosofi, narratori e poeti

Va sempre di moda, la moda. Da qualche anno, anche gli appositi corsi di laurea nelle università. Non c’è dubbio che la moda condizioni il nostro vivere quotidiano e, ci se ne accorga no, il nostro stesso pensiero. Lo sa bene Anna Panicali, offrendoci con La voce della moda (Le Lettere, pagg. 136, euro 13,50) una brillante sintesi, una panoramica a tutto campo dei connotati di questa inafferrabile, inarrestabile entità.
Il dire «voce della moda» include nel novero delle possibilità anche quella di una moda che parli in prima persona. E di fatto, già nel secolo XVII - allorché il termine «moda» attecchisce nel nostro vocabolario - e poi con più frequenza nel Sette e nell’Ottocento, non sembra inopportuno che la moda si meriti l’iniziale maiuscola. Alla Moda Parini dedica il proprio capolavoro, Il Giorno; la Moda e la Morte dialogano (collaborano) in una delle Operette morali di Leopardi. Perché se i gesuiti dell’età controriformistica e barocca la giudicano un vizio, un riprovevole scarto dal cammino secondo natura, è non meno accertabile che nel procedere della Moda v’è qualcosa di capricciosamente e magari perversamente magico, se non di «divino». Il suo eludere in assoluta arbitrarietà ogni convenzionale «misura», il suo trasformarsi senza posa, si sottraggono ai parametri sulla cui base siamo avvezzi a inquadrare e classificare i fenomeni passati e i presenti, nonché ad aspettarci i venturi.
Constatata la bizzarria dei corsi e ricorsi - fino al tatuaggio e al piercing che ricalcano usanze arcaico-«selvagge» -, la Panicali è quasi obbligata a concludere, in amarezza, che le fauci del denaro inghiottono ogni cosa, e dunque le stranezze della moda non sono affatto innocenti, oggi meno che mai. Però lungo il suo libro ci si dimentica più volte la dura lex, il presupposto economico oscuro ed invincibile. In un’articolazione vivacissima, queste pagine ci informano su «bellezza», «eleganza» e «seduzione», sulla graduale inscindibilità di «natura» e «artificio», che arriva a far dell’abito una seconda pelle o tratta il corpo come un abito. Moralisti e filosofi, trattatisti, narratori e poeti, porgono una quantità di appigli, tra serietà scientifica ed estro satirico. Prima di giungere a Barthes e agli analisti novecenteschi, il Seicento si affida ai nostri Lampugnani e Frugoni e, con profitto, ai Caratteri del grande La Bruyère; il secolo successivo s’avvale dell’intelligenza di Montesquieu e degli umori italiani di Goldoni e Bondi. Nell’800, ecco Leopardi e Théophile Gautier; Baudelaire e il giovane Verga; Proust e D’Annunzio; e poi i futuristi; e Panzini e Savinio...
Non v’è chi non avverta il fascino della moda: nella prima metà dell’800, Carlyle sentenzia che «la società è fondata sugli Abiti»; e ottant’anni più tardi, osservando l’abbigliamento di Odette, Proust ne ricava l’impressione di una donna «composta di pezzi diversi male infilati l’uno dentro l’altro». Tra i molti richiami non scontati, cito quello a L’isola dei pinguini di Anatole France, dove il passaggio dal naturale all’artificiale - dalla nudità al vestito -, avrà sui pinguini conseguenze deleterie.
È raro che siano l’utilità e la funzionalità a regolare i meccanismi della moda. Ma proprio nell’imprevedibile e nell’illogico risiede il suo potere seduttivo, che muta in assurdo piacere il supplizio di talune fogge costrittive, dal guardinfante alle crinoline e al corsetto (donde il famigerato «vitino di vespa»). In Leopardi la Moda corre «allato alla Morte», inarrestabile; corre insieme al genere umano senza un motivo, senza un traguardo stabilito. Una irragionevolezza, un’assenza di scopo, che gli uomini e le donne scambiano per libertà. Così la moda ci illude di esser liberi nell’atto stesso che ci vincola a sé, imponendoci volta a volta di figurare adottando quel trucco, quel guscio che lei vuole e che forse già da domani, con la solita gratuità, è pronta a relegare fra le anticaglie inservibili.