La capitale della Birmania va in montagna

Il dittatore Than Shwe teme di perdere il potere e trasferisce il governo in un posto desolato

Alberto Pasolini Zanelli

da Washington

«Se avete bisogno di noi, mandateci una lettera. Stiamo facendo trasloco». È tutto quello che il regime del Myanmar (Birmania) ha mandato a dire al mondo nel momento in cui l’amministrazione Bush dà segni di volersi imbarcare in una nuova iniziativa di «esportazione della democrazia» contro uno dei Paesi che anche di recente Condoleezza Rice ha iscritto nella lista dei sei «avamposti della tirannia». Il Consiglio di Sicurezza, su richiesta americana, si è riunito in segreto. Quando si è conclusa la breve sessione, il Palazzo di Vetro e la Casa Bianca hanno dovuto constatare che l’interlocutore, l’oggetto delle loro pressioni, era sparito dalla circolazione. Rangoon non è più la capitale dell’antica Birmania. Il suo governo è in viaggio verso Pyinmana, in una landa rocciosa e desolata 350 chilometri più a nord. Fino a due giorni prima non lo sapevano neppure i ministri, che sono stati letteralmente tirati giù dal letto con l’ordine di autodeportarsi.
Nessuna motivazione, solo un orario ben preciso: partenza alle 6,37. Non è l’orario di un treno, perché i ministeri se ne sono andati in macchina, ma probabilmente il numero magico elaborato da qualche astrologo. Presumibilmente agli ordini di Than Shwe, l’uomo che da tredici anni è alla guida del Paese e che potrebbe avere in mente diverse cose: dal mettersi al riparo da un temuto attacco militare americano a proclamarsi re. Se le recenti iniziative di Washington suggeriscono qualcosa in un senso, sono altrettanto numerosi gli indizi nell’altro senso: per esempio, Shwe ha cambiato nome, sempre di gran fretta, al distretto in cui sorge la nuova capitale e l’ha chiamato Naypyidaw, Città Regale. Non molto tempo fa il dittatore aveva dato un altro segno delle sue galoppanti ambizioni licenziando di botto, con la solita accusa standard di «corruzione», il suo primo ministro, generale Khin Nyunt, che era anche capo del servizio di spionaggio militare, ma che nonostante questo era ritenuto, sempre per gli standard del Myanmar, un «moderato», qualcuno insomma disposto a fare qualche concessione al mondo in materia di diritti politici.
Lo sgombero di Rangoon può dunque essere interpretato anche come una azione preventiva contro una qualsiasi apertura del Paese al mondo esterno. La nuova capitale è praticamente irraggiungibile. Pare non ci sia neppure quel famoso ufficio postale cui Bush, altri capi di Stato e la Segreteria dell’Onu sono invitati a scrivere. Ad esempio per chiedere notizie dell’unico cittadino birmano noto all’estero, la signora Aung San Suu Kyi, leader dell’opposizione anche se legalmente dovrebbe essere invece capo del governo, dal momento che l’ultima volta in cui il Myanmar è andato alle urne lei e il suo partito hanno conquistato la maggioranza assoluta dei seggi. I militari non hanno gradito e hanno chiuso Parlamento e partiti. È una storia vecchia, risale al 1990, ma è sempre viva e attuale per l’ostinazione di entrambe le parti: Suu Kyi rifiuta di tacere e la dittatura rifiuta di lasciarla parlare. Lei ha preso il Premio Nobel per la pace, loro l’hanno sbattuta in carcere. Misura ripetuta nel corso degli anni.
In questo momento Aung San Suu Kyi si trova agli arresti domiciliari nella sua casetta in riva a un lago. Non è previsto, almeno finora, il suo trasferimento nella Città Regale. Persona mite ma ostinata, la piccola signora è diventata un simbolo per il mondo, anche se probabilmente avrebbe preferito fare il premier. Non è un’estremista in nessun possibile senso della stiracchiabile parola. È solo preoccupata di come vanno le cose. Non soltanto per l’abuso sistematico dei diritti politici e civili, ma anche per la situazione economica. Che è così grave da aver provocato di recente un evento che in Occidente è considerato impensabile: centinaia di migliaia di birmani se ne sono andati a cercare una vita migliore nel Bangladesh.