La capitale dei gay dimezza i casi di Aids

Alberto Pasolini Zanelli

da San Francisco

«AAA cercasi partner con Aids». Non è un errore di stampa e neppure un equivoco sul tipo di partnership. Quel che si offre qui è un rapporto sessuale, precisando che il partner deve essere afflitto dalla malattia che molti considerano il flagello dei tempi nostri. Potrebbe sembrare, allora, l’offerta di un patto suicida, di una disperazione esistenziale; anche perché chi mette l’annuncio precisa di essere egli stesso condannato dal medesimo morbo. Qualcosa del genere accadde nei primi mesi in cui la sigla maledetta apparve all’attenzione dell’America e del mondo. Un giovanotto, giù nel Texas, ebbe il referto medico e la prognosi: sei mesi di vita. E scaricò la sua disperazione moltiplicando i suoi «contatti», per spargere il veleno il più possibile, trascinando con sé il maggior numero di altre vittime. Un kamikaze prima che il termine venisse di moda con il terrorismo.
A San Francisco il fine è opposto e non si tratta di una iniziativa individuale. È la comunità gay ad avere impostato un suo piano di lotta contro l’Aids. Sorprendente, originale, discutibile ma non privo di generosità, di una sua nobiltà e, quel che più conta, che funziona. San Francisco, si sa, ha il più largo numero di omosessuali fra tutte le città americane, in genere di elevata condizione economica e socioculturale. È qui che la malattia si è manifestata per prima in America e, forse per questo, si sono sviluppati i primi meccanismi di autodifesa. Si moltiplicano le riunioni, le discussioni all’interno della «comunità» e, soprattutto, via e-mail. Le consultazioni hanno portato alla istituzione di una pratica che non si può definire medica perché non cura un morbo ma che è, alla sua maniera, e paradossalmente, «profilattica». Ha anche un nome: sero-sorting e cioè «scelta secondo il siero». I gay di San Francisco sono invitati, quando allacciano nuove relazioni, a scegliersi partner che abbiano il medesimo «status»: i negativi con i negativi, i positivi con i positivi. Di maniera che un malato non possa trasmettere il virus a uno sano. Gli iniziatori chiamano anche questa pratica «sesso responsabile»; un’espressione in sé diffusa ma con ben altri significati.
Le prevenzioni principali all’Aids sono infatti quelle dettate dalla morale, la castità, e quella consigliata dalla medicina pratica, l’uso di un preservativo. Questa parte della comunità gay di San Francisco respinge entrambe le pratiche come repressive e getta sul tavolo il suo asso, partendo da considerazioni essenzialmente umanitarie. A spiegarlo più sinteticamente è uno dei portavoce del «movimento», Don Stewart: «Se pensassi di avere infettato un altro essere umano non potrei mai più dormire la notte». Forse a Stewart è capitato, perché è stato trovato sieropositivo cinque anni fa e non dice se l’idea gli sia venuta immediatamente.
Sicuro è invece che egli ha trovato molti imitatori di una proposta che ha sapore di tragedia (ricorda l’autocarcerazione in un lebbrosario) e una carica di idealismo del tutto indipendente da ogni considerazione di virtù. Sono i peccatori che autonomamente decidono di andare a fondo assieme, stringendo i loro legami e lasciandosi indietro un mondo «pulito», senza rinunciare alle gioie e ai dolori di quello che chiamano il loro «stile di vita». E il fatto è che, come si è accennato, pare proprio che l’idea funzioni. Immaginiamo una rete di messaggi via Internet alla ricerca di «incontri» senza equivoci o eufemismi, ma con le stigmate della malattia nell’indirizzo e nella firma. E poi guardiamo le cifre, le statistiche. In tre anni l’incidenza di nuovi casi di sieropositività è più che dimezzata. È la più bassa da quando lo spettro dell’Aids ha invaso San Francisco, l’America e il mondo «bianco». È l’1,2 per cento contro cifre molto più elevate nelle altre grandi città. Sette volte tanto, per esempio, Baltimora.
Non è detto che la «formula» sia esportabile ovunque, e anche in America. La comunità gay di San Francisco gode di un tenore di vita e di cultura particolarmente elevato, impensabile per le popolazioni decimate dal morbo nell’Africa nera, anche perché la trasmissione non è più riservata ai soli uomini, ma devasta le donne e i bambini. Come molte idee nate in California anche in questa vi è un tocco di surrealtà o addirittura di fantascienza. Un sogno eroico, perverso e tragico. Immaginiamoci questa formula adottata ovunque, i «condannati» di tutto il mondo che si stringono l’uno all’altro concentrando, magari parossisticamente, i loro impulsi di vita e di morte, non toccano nessun altro e a poco a poco scendono insieme nella morte, finendo con l’uccidere l’ultimo virus e lasciando un mondo senza Aids così come è ora senza peste o senza vaiolo. I malati che isolano e salvano i sani, i peccatori che riescono dove i virtuosi falliscono. E con essi la scienza dei virtuosi e dei sani.
(1 - Continua)