Capitalia, Arpe e Geronzi alla resa dei conti

Milano - Da un lato la prospettiva di un’accelerazione sul fronte delle aggregazioni, dall’altro i timori per un vuoto di potere: Piazza Affari cerca di codificare il destino di Capitalia per il dopo Matteo Arpe. Il muro contro muro con il presidente Cesare Geronzi avrà oggi il proprio apice «istituzionale» a mezzogiorno, quando nel quartier generale di Via Minghetti confluiranno i 17 grandi soci del patto di sindacato.
Uno il punto all’ordine del giorno: «La relazione del presidente sulla governance». In sostanza le ragioni del licenziamento di Arpe, cui Geronzi contesta la correttezza di alcuni comportamenti, tra cui la determinazione usata per respingere le avance di Banca Intesa. Alle 17.00 la frattura con Geronzi passerà sul tavolo del consiglio di amministrazione chiamato, approvazione del bilancio 2006 a parte, a esprimersi sulla revoca delle deleghe e sul probabile passaggio di consegne al vicepresidente Paolo Cuccia, indicato dagli olandesi di Abn Amro. Geronzi, che ha incassato anche la «lealtà» della fondazione Banco di Sicilia, può contare sulla forza dei numeri, ma Arpe resiste puntando sulle spaccature interne e sulle pieghe legali della governance: per la revoca potrebbe essere necessaria l’unanimità essendo la scelta dell’ad parte integrante del patto. Su questo punto tuttavia i grandi soci, che sono in attesa di una relazione «molto convincente» da parte di Geronzi, avrebbero ottenuto un parere legale, secondo il quale solo la revoca del presidente, e non quella dell’ad, prevederebbe l’unanimità. Tanto che, malgrado la ricerca di una soluzione consensuale prosegua, un certo «nervosismo» era palpabile anche nel gruppo di Rijkman Groenink (più 6% ad Amsterdam). Da qui il giro di consultazioni che ha assorbito sia i due top manager, sia il custode dell’accordo parasociale, Vittorio Ripa di Meana, sia consiglieri e grandi soci. Un’incertezza riflessa in Borsa dove il titolo, dopo un avvio debole e un improvviso colpo di reni (più 1,4%), ha perso terreno a fine mattinata per poi chiudere in flessione dell’1,73% a 6,6 euro mandando in fumo altri 300 milioni di capitalizzazione (meno 6% in due giorni, pari a un miliardo «bruciato»). Il tutto tra scambi intensi (4% il capitale passato di mano) dietro cui potrebbero esserci mani amiche estere, magari ancora sotto la regia di Vincent Bolloré, il finanziere sulla cui scia si era mosso lo stesso Santander, ieri trinceratosi dietro al «no comment». Ma l’esclusione di Arpe è stata accolta con prudenza anche da Citigroup che ha confermato un giudizio neutrale sul titolo, mentre il Financial Times si spingeva a definire un «golpe» la svolta al vertice.
A contribuire all’incertezza anche la prudenza di un potenziale candidato alla successione come Pietro Modiano: «Su queste cose ci vuole un po’ di discrezione. Se sono vere appartengono alla sfera della discrezione; se sono false, sono false». Abbastanza per confermare come l’incarico a Cuccia sarà ad interim per traghettare la banca verso il progetto su cui sarebbe già al lavoro Geronzi. Magari per avvicinarla a Unicredit e rimettere in discussione, tramite Mediobanca, la primatia industriale di Intesa Sanpaolo su Generali.