«Capitalismo comunale, regno dei partiti»

«In questi anni si sono evitati i concorsi pubblici e si è fatta pessima politica»

È uno dei pochi ministri liberal di un governo Prodi sempre più in bilico. Linda Lanzillotta si occupa di Affari regionali e da quasi due anni cerca di far approvare un disegno di legge che rivoluzionerebbe i servizi locali: Comuni e Province dovrebbero fare gare competitive per far gestire al meglio servizi pubblici come i trasporti o la nettezza urbana. Sbirciare le conversazioni telefoniche e le raccomandazioni della famiglia Mastella che effetto le ha fatto?
«Personalmente credo che si possa ben valutare la singolarità di questo procedimento penale e dell’uso della custodia cautelare. Coltivo però un’idea della politica del tutto diversa da quella che emerge nel caso Mastella e mi aspetto che il Partito democratico da questo punto di vista si differenzi. Molti vedono le analogie con il 1992. In quel caso la politica non ha saputo autoriformarsi, non dobbiamo commettere lo stesso errore».
Sono due anni che cerca di ridurre il peso della politica nelle società controllate dagli enti locali, eppure il suo progetto non passa e la crisi di queste ore rischia di cancellarlo per sempre.
«Nei giorni scorsi c’era stata una schiarita, in un incontro che ho avuto con Chiamparino, delegato dell’Anci, che fino ad ora aveva frenato il provvedimento. In un primo tempo si trattava di una legge delega, e ora, anche d’accordo con l’opposizione, abbiamo deciso di renderla immediatamente operativa e dunque votata in toto dal Parlamento. Non c’è più la delega e potrebbe essere approvata direttamente in commissione, in sede legislativa».
Cosa cambierebbe nei nostri Comuni?
«Per prima cosa ogni nuovo affidamento di un servizio pubblico locale avverrà con gara: dai trasporti alla nettezza urbana, dagli scuolabus all’assistenza agli anziani. E poi dopo un anno scatterebbe un vincolo per coloro che sono già titolari di affidamenti e dunque al riparo da gara. Se non si procedesse a nuove gare, sarebbe loro impedito di competere fuori dal proprio territorio».
In cinque anni le società di questo tipo sono raddoppiate, sfiorano le 900, cosa è successo?
«Vi è una sciagurata norma, introdotta da Buttiglione, che ha aperto alla gestione dei servizi pubblici in house, da parte delle singole amministrazioni. E poi il patto di stabilità interno che bloccando la spesa corrente negli enti locali ha fatto sì che furbescamente si dirottassero su queste società i servizi pubblici. Con l’aggravante di bypassare ogni tipo di concorso pubblico per l’assunzione dei dipendenti. Inoltre il numero delle società partecipate dagli enti locali è ben superiore a quello da lei indicato: i Comuni partecipano al capitale di una società che a sua volta partecipa al capitale di un’altra società, in un gioco di scatole a incastro. Alla fine la dimensione delle partecipazioni locali potrebbe essere quattro, cinque volte superiore. Emerge un’enorme presenza diretta della politica nella gestione delle economie locali. Troppa politica rischia di trasformarsi fatalmente in cattiva politica e in pessimi servizi per i cittadini. Per questo credo che la riforma dei servizi pubblici locali sia anche una riforma della politica».
Una norma della Finanziaria del 2007 avrebbe dovuto ridurre il numero dei membri dei cda in questa giungla di capitalismo locale. Che effetto ha avuto?
«In cinque anni le società di capitale, come dicevamo, sono almeno raddoppiate, mentre i dipendenti delle stesse sono praticamente allo stesso livello. Le società controllate dagli enti locali troppo spesso rispondono solo a una logica di tipo politico. Vi erano consigli di amministrazione da 27 membri. Si calcola che siano stati tagliati 15mila posti da consigliere. Certo qualcuno avrà fatto il furbo, dimettendosi da consigliere e rientrando dalla finestra come dirigente. Ma su questo non possiamo intervenire. Quello che è certo è che se le società non hanno ridotto a tre o cinque si dovranno assumere le proprie responsabilità con la Corte dei Conti. La riduzione delle poltrone ha ovviamente un effetto destabilizzante per la politica locale, che troppo spesso considera questi consigli come dei parlamentini».
Il caso dei rifiuti a Napoli è figlio di questa impostazione neostatalista?
«Il problema in questo caso non riguarda la gestione del servizio pubblico. Ma l’incapacità della politica di decidere, di assumere le sue responsabilità, anche a costo di adottare scelte impopolari».
Otto delle ex municipalizzate sono quotate in Borsa: rischiano i loro azionisti visto che vengono cambiate le carte in tavola?
«Al contrario. Si apre per loro il mercato, sempre che siano disponibili ad aprire quello dove operano. Un mercato più ampio, può voler dire più redditività, se si è capaci. E questo in Borsa viene subito riconosciuto».
Lei e Bersani sembrate piuttosto isolati in questo sforzo riformatore. Il tasso privatizzatore del governo è basso.
«In Spagna Zapatero ha avuto Aznar, in Gran Bretagna, Blair ha avuto la Thatcher. Noi partivamo da un’economia pubblica e privata ancora completamente bloccate. I riformatori del centro destra dovrebbero appoggiare i nostri sforzi di liberalizzazione. Se dovessero trovarsi domani a governare godrebbero i frutti di un Paese più competitivo e con maggiore crescita».