Capitan Abatantuono alla conquista dell’Italia che verrà

In «2061» dei Vanzina guida l’armata di cialtroni che vuole riunificare il Belpaese dal Sultanato delle Due Sicilie al Piemonte

da Roma

Tempo verrà in cui gli italiani si leveranno la cotenna l’un l’altro per un pugno di orecchiette al basilico. O per l’invito a un «soppressata-day», messo in piedi dall’ultimo terrone verace, che non ha ceduto alla Mezzaluna, laggiù a Cefalubad. Perché non c’è più il futuro d’una volta, come spassosamente sostiene l’ultimo film di Carlo Vanzina, 2061. Un anno eccezionale (dal 26 nelle sale), che con la scusa dell’Armata Brancaleone all’amatriciana (i fratelli Vanzina furono assistenti di Monicelli, regista del memorabile film da loro ripreso), in risalita dal Sultanato delle Due Sicilie al Piemonte per rifare l’Italia, sgranano come avemarie i difetti regionali d’un Paese cialtrone e diviso al suo interno.
Roba attuale, dunque, come la Salerno-Reggio Calabria invasa da auto, lasciate lì dopo un ingorgo e la chiusura delle pompe di benzina. Sconsolato, l’istrionico Professore capobanda (un Diego Abatantuono mattatore e qui co-sceneggiatore con Carlo ed Enrico Vanzina) guarda quello sfacelo: sua la «mission imbossible» d’attraversare lo Stato pontificio, a dorso di mulo o a bordo d’un veliero, facendo fesse le Guardie Rosse della Repubblica Popolare della Romagna (la provincia «Falce&Mortadella», retta dal comico di Zelig Paolo Cevoli, alias Moby Dick) e raggirando Cosimo Delli Cecchi (Massimo Ceccherini), al quale l’usurpatore marchigiano Della Valle contende il potere del Granducato di Toscana.
Meno male che gli sdrucinati Nicola (Emilio Solfrizzi), Tony (Dino Abbrescia), Grosso (Stefano Chiodaroli) e Pride (Jonathan Kashanian, ex-Grande Fratello, orgoglioso della sua diversità), patrioti col sogno di unire lo Stivale, contano su due presenze femminili. Si tratta di Unna (la modella ungherese Andrea Osvart, qui svestita come una Milla Jovovich de’ noantri), in fuga dal reality Kill, dove si ammazza in diretta e di Mara, prostituta dal cuore d’oro impersonata da Sabrina Impacciatore. Ma c’è anche il Cardinal Bonifacio (Michele Placido) a facilitare l’avanzata dei morti di fame irredentisti e poi Nunzia La Moratta (Anna Maria Barbera, altra comica del mazzo di Zelig), più carbonara d’un piatto di pasta...
«Da tre anni io e mio fratello prendevamo appunti, per girare un film sul futuro dell’Italia. Sembrava non si dovesse fare più: troppo costoso. Ma non è il solito film, bensì un film in cui crediamo», dice Carlo Vanzina, che in 2061 cita le atmosfere apocalittiche di Mad Max. «Il film è venuto bene, grazie all’apporto degli attori. Nelle opere di mio padre Steno, di Monicelli, di Risi esistevano robusti telai, sui quali i comici potevano inventare. Però il regista dei film comici deve far venire fuori l’improvvisazione. E qui abbiamo il modo di parlare di Diego», spiega il Vanzina regista.
Certo, il gramelot di Abatantuono, così sicuro del proprio marchio da proclamare, in una scena, Attila come suo idolo assoluto (chi non ricorda l’attore pugliese in Attila, flagello di Dio?), tiene la scena dall’inizio alla fine. «Affondo le mie narici culturali nel Porta, nel Goldoni, nell’Agostina Belli», è una delle tante frasi-pastrocchio, che qui si concede con calcolato ritmo comico. Il fatto è che il suo capitano straccione funziona, quasi regge da solo i cento minuti di quest’avventura on the road, in salsa va(ca)nzina. «I film comici vanno scritti. Dev’essere solida, la base su cui improvvisare battute. In certi film devi aggiungere, in altri togliere. Poi,la dimensione del viaggio aiuta il percorso linguistico. Nel futuro s’ipotizza un linguaggio misto e qui, in ogni regione, m’aggancio alla radice culturale”.
Dal canto suo, Enrico Vanzina aggiunge: «In un’Italia così sconquassata, anche la lingua lo è. Se lo sfascio è totale, le parole si usano a vanvera». Sulla leggerezza dei Vanzina, si sofferma Solfrizzi: «Il cinema italiano crede troppo in se stesso, ma con loro ho potuto osare. Ho mi sono divertito molto». E Sabrina Impacciatore gli fa eco: «Viva la faccia della fantasia! Senza le solite tre camere e cucina del cinema italiano, che avrebbe bisogno di più audacia». La casta è invitata a vedersi 2061, costato sei milioni di euro a Rai Cinema, coproduttrice con International Video 80 dei Vanzina.