Il capitano dei reds, Gerrard: "Dimenticare Istanbul"

"Non mi piace parlare di rivincita, fra noi e i rossoneri c’è rivalità non odio". L’incubo Kakà: "Palla ai piedi è il più veloce al mondo"

Atene - È l’ora di scendere dalle maglie e dai poster. È l’ora dei capitani, quella preferita da Steven Gerrard. Due anni fa, nel cuore dello stadio Atatürk sembrava un ragazzino vicino a Paolo Maldini: lui al battesimo, Paolo all’ennesima cerimonia in abito da sera. Ieri, un’altra storia. Quando il Liverpool ha messo piede sul soffice prato dell’Olimpico, Stevie «G» come lo chiamano quelli della Kop, ha gonfiato il petto e tenuto il passo lungo e fiero: se Benitez è il cervello, lui è pancia e cuore del Liverpool. «Tagliate le mie vene e vedrete che scorre sangue rosso del Liverpool»: è l’incipit della sua autobiografia, è la targa della sua vita.
C’è una frame di Istanbul che racconta Gerrard più di ogni altra cosa, una rincorsa su Serginho fino a sradicargli il pallone, il buio era già calato sul Milan e più la notte si scuriva e più il capitano del Liverpool si faceva gigante.
Ma oggi è un’altra storia, lui non ci tiene a chiamarla rivincita per un motivo quasi etico, «perché rivincita sottintende odio e tra noi e il Milan c’è grande rivalità. Ma non odio. Non mi piace questa parola».
Si sposa il 13 giugno e vuole fish and chip nel menu, Steven Gerrard. Lei è Alex Curren una delle wags (sta per wife and girl, sembrano liceali in libera uscita e ieri sono arrivate con un aereo speciale da Liverpool): stanno insieme da una vita, hanno due figli, ma lui, 27 anni tra una settimana, è un orsacchiotto per il divano quanto lei è tipa da saloon.
Tanto che quest’estate fu arrestata per una rissa in un pub, il capitano dei Reds per una volta si tolse la fascia e fece finta di niente. «Alex mi ha illuminato la vita» e allora che cosa vuoi che sia un bisticcio tra femmine.
Questa sera sarà la sua notte, di Steven (e magari poi anche di Alex, ma questi sono affari loro), il ragazzo cresciuto con la gigantografia di Kenny Dalglish in camera sa di essere uguale agli altri, ma per la sua storia e il suo carisma un po’ più uguale.
Così detta la strada: «Dobbiamo liberarci la testa dal ricordo di Istanbul, una partenza rapida potrebbe essere la chiave per sorprendere il Milan»: lo dice da quando i Reds hanno steso il Chelsea e cerchiato il 23 maggio. Lo ripeterà anche nel cuore dell’Olimpico. Gli altri si aspettano il suo discorso. Senza, non si comincia nemmeno.
Fece così anche sul prato verde dell’Atatürk: nell’imbuto degli spogliatoi, il vice di Benitez, Paco Ayestaran, lo prese da parte e gli disse: «Prima di cominciare chiama tutti vicino e parlagli». Steve «G» pensava da una settimana a quel momento. E poi parlò: «Siamo il Liverpool, guardate i nostri tifosi, diamo tutto per loro e per il nostro futuro. Questa sera conta ogni palla, ogni tiro, ogni piccolo dettaglio. Non deludeteli». Non li hanno delusi.
Dicono quelli del Liverpool che stavolta sarà diverso, due anni ad alto livello sono capaci di smacchiare paure e pudori, ma sarà ancora il capitano a battere il tempo. Ieri è stato il primo a prendere la casacca verde, si è messo in testa ai suoi, ha aspettato che Riise lo affiancasse e insieme hanno cominciato l’ultimo rito prima della battaglia. Kakà è il loro incubo («non c’è al mondo un giocatore veloce come lui con la palla tra i piedi» è la foto di Gerrard), così mentre sullo stadio Olimpico il cielo di Atene cambiava colore, il capitano e i suoi soldati sono partiti per la missione. Vincere, ma soprattutto mai perdere l’onore. Senza, anche fish and chip non potrà avere lo stesso gusto.