Il Capitano perse la bussola in un bosco

«Sono un vinto», lasciò scritto ai suoi quattro figli, e si suicidò in modo atroce. La pazzia della moglie fece così una seconda vittima. Spegnendo anche una fantasia senza limiti

Alla necroscopia del Nostro, nell’aula di Medicina legale, assistette anche il futuro scrittore Salvatore Gotta. Lo studentello aveva gli occhi umidi. «Quegli che noi pensavamo baldo, bello, forte - ricordò decenni dopo -, lo vedemmo nudo, sanguinolento, vecchio come una povera bestia assassinata».
Il suicidio del Capitano aveva messo a rumore la città. Anche se le sue bizzarrie facevano presagire il maldivivere, nessuno immaginò che gli frullasse in capo una fine così raccapricciante. Uscito di buon mattino, era salito in collina col tram. Trovato nel bosco il punto che gli si addiceva, si era rannicchiato in un cunicolo come un animale selvatico. Poi, col rasoio che aveva con sé, si era colpito a lungo, con furia inumana, alla gola e all’addome. L’agonia, presumibilmente, fu protratta e terribile. La raccoglitrice di legna che lo rinvenne, lo vide col gilet aperto e i pantaloni sbottonati, in un lago di sangue. Il medico legale che lo esaminò sul posto, stabilì che sul ventre c’era un taglio di nove centimetri e che larga parte dell’intestino era fuoruscito.
Prima di lasciare il modesto appartamento, il Nostro aveva scritto un pugno di lettere. Quella indirizzata ai quattro figli, Fathima, Nadir, Romero e Omar, tutti minorenni, diceva: «Sono ormai un vinto. La pazzia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e le energie. Spero che i milioni di miei ammiratori... provvederanno per voi... Fatemi seppellire per carità essendo completamente rovinato». Un’altra era diretta collettivamente ai suoi numerosi editori. «A voi che vi siete arricchiti sulla mia pelle, mantenendomi in una continua semi-miseria... chiedo solo che pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna». Neanche una riga invece all’amatissima moglie Ida, che lui chiamava Aida in omaggio al Maestro Verdi. Omissione giustificata però dalle condizioni della donna, ricoverata nel manicomio di Collegno e ormai del tutto fuori senno.
All’autopsia nell’Istituto universitario provvide il professor Mario Carrara, successore e genero di Cesare Lombroso. Fu un peccato che a affondare il bisturi al suo posto non ci fosse il suocero, morto due anni prima. Con la sua abilità nel riconoscere dalla conformazione del cervello gli istinti profondi degli uomini, il grande criminologo avrebbe certamente individuato il recondito in cui si celò la pulsione del Capitano all’autoannichilimento. Possiamo anche immaginare che avrebbe esaminato il caso con speciale attenzione, non solo per la notorietà del personaggio, ma anche perché era suo concittadino.
Tuttavia, anche senza i lumi di Lombroso, appare lampante nel suicidio del Nostro la tabe familiare. Prima di lui, si erano fatti fuori lo zio Giovanni nel 1879 e il padre, Luigi, dieci anni dopo. Dopo di lui, si uccisero due dei suoi figli. Nel 1931 Romero, l’ultimogenito, al culmine di una scenata di gelosia in cui aveva cercato di ammazzare moglie e figlia. Nel 1963 Omar, il cadetto, sopravvissuto a tre infarti, ma roso da taedium vitae. La grande differenza tra il suicidio dei quattro e quello del Nostro, fu il modo. Essi si dettero tutti la morte, senza troppa fantasia, gettandosi dalla finestra. Lui scelse il mattatoio apocalittico che sappiamo. La sua fervente immaginazione lo predisponeva infatti a battere strade ignote. Anche un precedente tentativo, pochi mesi prima, era stato originale. Quella volta ci provò in casa, gettandosi col petto sulla punta di una spada che aveva infitto nel pavimento. A trovarlo sanguinante fu la moglie che non si riprese più dallo choc.
Tutto nella personalità che manifestò nei 49 anni di vita, fu fuori del comune. Nacque in una notte di furiosa tempesta che i concittadini ricordarono nei decenni a venire. Ebbe, lui terricolo, un’incontenibile passione per il mare. Tanto fece che divenne, a suo dire, comandante di lungo corso e, anche se furono in molti a dubitare del diploma, si presentò sempre come Capitano. Diciottenne, si imbarcò per un anno. Tornato disse di avere toccato l’Africa, Ceylon, l’Estremo Oriente. Stando però alle ironie dei suoi amici e anche alle ricerche dei più seri biografi, non sarebbe andato più in là di una banale circumnavigazione della costa dalmata. Abbracciata la carriera giornalistica, alluse spesso in colorati reportage ai suoi avventurosi trascorsi.
Gli bastava l’arrivo in città di giocolieri cingalesi per scatenarsi in ricordi della sua vita nella jungla del Borneo e sugli usi di birmani e mammelucchi. Quando un collega lo accusò di dire panzane, lo sfidò a duello. Il Giudizio di Dio gli fu favorevole. L’avversario uscì malconcio e il Nostro scontò, gloriosamente, sei giorni di carcere. Era infatti un piccoletto ginnico, ottimo velocipedista e corridore. Girava spesso con un turbante da marajà, inalberando baffoni ritorti a gondola e ingialliti di nicotina.
Legioni furono i lettori delle sue fantasie. La regina Elena lo ringraziò di avere chiamato una sua eroina Jolanda, come la propria primogenita, inviando in regalo una bambola a sua figlia Fathima. Dopo la tragica morte, gli ammiratori raccolsero per gli orfani 42mila lire. Mille le donò il re.
Chi era?