Il capo dei musulmani italiani «Quell’istituto è fuorilegge: andava chiuso già da tempo»

Francesca Buonfiglioli

da Milano

La chiusura della scuola islamica di via Quaranta, nella periferia Sud di Milano, divide i musulmani italiani e non solo. Ieri è arrivata la presa di posizione del capo delle comunità islamiche d’Italia Mario Scialoja: «Andava chiusa molto prima, indipendentemente dai contenuti degli insegnamenti. La struttura sottraeva 500 alunni alla scuola dell’obbligo - ha commentato -, e se fosse accaduto in Francia sarebbe successo il finimondo». «C’è interesse da parte nostra - ha aggiunto, condannando le recenti dichiarazioni anti occidentali dell’imam di Bologna e ribadendo la fiducia nelle istituzioni - ad avere in Italia solo musulmani che rispettino le leggi, come ogni buon credente dovrebbe fare. Ognuno ha diritto di dire la sua - è stato il commento netto sulle recenti espulsioni - ma chi crede a quella cosiddetta guerra santa contro l’Occidente si sta schierando esplicitamente con Al Qaida. Questi devono aver paura delle espulsioni e non la stragrande maggioranza dei musulmani». Toni decisamente diversi invece quelli usati invece dal segretario dell’Ucoii (l’Unione delle comunità islamiche in Italia) Hamza Piccardo. Che insiste nel ritenere le ragioni della chiusura «un pretesto»: «Una foglia di fico usata dal Comune per coprire una decisione politica. Con tutto il rispetto per il ministro Pisanu, pensiamo di aver maggiori titoli per disegnare il nostro Islam italiano che non prescinde - precisa - dalla Costituzione che all’articolo 33 stabilisce la possibilità per enti e privati di istituire scuole senza oneri per lo Stato». Ma a difendere a spada tratta la scuola coranica milanese più che i musulmani, sembrano essere alcuni esponenti del centrosinistra. Che gridano alla «discriminazione» nonostante la presa di posizione del presidente della Provincia, il diessino Filippo Penati che su Repubblica approva la decisione del sindaco Albertini «senza se e senza ma». «Promuove separatezza anziché integrazione», la scuola «opera senza alcuna autorizzazione delle autorità, né italiane né egiziane». Dichiarazioni ferme ma non condivise da tutta la Quercia.
Dalle colonne dello stesso quotidiano, Luigi Manconi, responsabile dei Diritti civili dei Ds, ha risposto di non volere una chiusura «ipocrita» ma la messa a norma dell’istituto. D’accordo con Penati, invece, Roberto Biscardini dello Sdi: «È significativo - ricorda il senatore - che gran parte del mondo musulmano milanese pensava che l’esperienza di via Quaranta non aveva più ragione d’esistere». E la Margherita: «Non si tratta di razzismo ma di combattere ciò che è abusivo». All’interno dell’Unione, è la sinistra radicale ad alzare i toni della polemica. «Questa vicenda penosa e contraddittoria - attacca il segretario della commissione Cultura, il verde Fiorello Cortiana - deve costituire l’occasione per comunicare che il nostro Paese è rigoroso nel difendere i valori democratici ma è altrettanto disponibile al dialogo con altre culture. Se la scuola di via Quaranta ha i requisiti richiesti non può essere discriminata ma considerata come le altre scuole di ispirazione religiosa». Dal Pdci arriva invece la richiesta di soluzioni alternative. «Il provvedimento può essere giustificato per ragioni igieniche e perché la struttura non creava integrazione - ha dichiarato Gianfranco Pagliaruolo - ma è gravissimo che il Comune non abbia presentato un’alternativa».