Il capo della Procura accusa, poi rettifica. E Sallusti lo querela per diffamazione

Nel mirino dei magistrati partenopei ci sarebbe un pezzo da novanta di Confindustria

di Paolo Bracalini e Gian Marco Chiocci

Roma Le stranezze cominciano dall’inizio, dalla primissima spiegazione che di questa strana perquisizione dà il procuratore capo di Napoli, quello che ha vistato l’ordine come «urgente e necessario». «Per caso ci siamo imbattuti in questa inchiesta - spiega Giandomenico Lepore -, stavamo indagando su altro. Nel controllare un numero di telefono ci siamo resi conto che i colloqui tra i giornalisti del Giornale Alessandro Sallusti e Nicola Porro con il segretario del presidente di Confindustria Emma Marcegaglia erano tesi a far cambiare atteggiamento al presidente degli industriali». Cioè i sospetti sarebbero nati da una serie di telefonate in cui Sallusti parla con l’addetto stampa della Marcegaglia.
Cosa c’è che non va in questa ricostruzione? Un punto fondamentale, il fatto cioè che Sallusti non ha mai avuto rapporti né col segretario della Marcegaglia, né con nessun altro dello staff del presidente di Confindustria. È per questo che in pochi minuti il procuratore è costretto a una marcia indietro. Sallusti, infatti, replica querelando Lepore per diffamazione: «Non ho mai fatto o ricevuto alcuna telefonata, messaggio o e-mail sull’argomento in questione - spiega il direttore del Giornale - Non ho mai parlato in vita mia con il presidente Marcegaglia, con il suo assistente Rinaldo Arpisella, del quale ho appreso solo oggi l’esistenza, né con persone riconducibili allo staff del presidente di Confindustria». Ma, allora, di quali «colloqui» di Sallusti (e Porro) «con il segretario del presidente di Confindustria» parlava Lepore? Non è chiaro, e infatti subito dopo il magistrato deve auto-rettificarsi: «Non mi riferivo alle telefonate di Sallusti con il segretario della Marcegaglia ma ad altre conversazioni».
Un errore? Una dimenticanza? Sarebbe inquietante se il procuratore confondesse nomi e circostanze in un contesto simile, e deporrebbe a sfavore della linearità di un’inchiesta nata storta. Un altro pasticcio è proprio nella seconda spiegazione di Lepore, quella che corregge la precedente. Anche lì c’è qualcosa che non torna. Il magistrato sembra riferirsi ad altre telefonate di Sallusti, ma non dirette in zona Confindustria. La cosa strana è che nel decreto di perquisizione firmato da Woodcock non si menziona alcuna telefonata o conversazione di Sallusti con chicchessia. Soltanto tre righe di un editoriale, in cui il direttore fa un rapidissimo accenno alle posizioni espresse dalla Marcegaglia sull’inchiesta Fini-Tulliani del nostro quotidiano. Tirato in ballo il Giornale in un’intervista rilasciata dalla Marcegaglia al Corriere il giorno prima, Sallusti scrive a un certo punto questa semplice nota (riportata nell’ordinanza) nel suo editoriale: «Con buona pace della Marcegaglia, i sondaggi dicono che i cittadini non si rassegnano ai silenzi e alle bugie sull’affaire monegasco». Tutto qui.
Una minaccia, questa? Eppure è l’unico elemento a carico di Sallusti evidenziato dal decreto dei pm. Dunque, e ancora, a quali «altre conversazioni» si riferiva Lepore nella sua «rettifica»? Non è chiaro. Il sospetto, che aumenterebbe ancor di più i dubbi sull’inchiesta, è che la «prova» dei pm sia un mero collegamento cronologico. Quello, cioè, tra l’intervista al Corriere della Marcegaglia del 15 settembre (in cui la presidente di Confindustria attacca il Giornale, pur non citandolo) e l’editoriale di Sallusti che invece difende la linea del Giornale sul caso Fini.
La pistola fumante dei pm ha fatto dunque cilecca. Ma ce n’è un’altra pronta a sparare, ed è quella collegata all’intestatario del numero di telefono misterioso messo inizialmente sotto controllo dalla procura partenopea: è di un pezzo grosso di Confindustria, dai rapporti politici bipartisan, a cui si rivolge telefonicamente il loquace Arpisella per le sue elucubrazioni sui dossier. Mascariato il Giornale, adesso tenetevi pronti alle chiacchierate dei vip.