«Capo Rizzuto, emergenza finita Nomadi via dai centri comunali»

Chiara Campo

I 79 rom sgomberati la scorsa settimana dal campo di via Capo Rizzuto potranno continuare a trascorrere la notte nella sede della protezione civile di via Barzaghi, ma solo fino a domenica. E il Comune non intende nemmeno considerare l’ipotesi di aprire un «villaggio solidale» per loro, magari al posto dell’ex ospedale psichiatrico Paolo Pini, come ha proposto due giorni fa il direttore della Casa della carità don Virginio Colmegna. «Siamo assolutamente contrari a nuovi campi nomadi in città, fosse anche solo di un metro quadrato - assicura l’assessore alla Sicurezza Guido Manca -. Siamo grati a don Colmegna per quello che fa, condividiamo il dramma umano, ma come pubblici amministratori sappiamo scindere la pietà umana dal ruolo che ricopriamo. L'emergenza umanitaria è da considerarsi finita, e quindi vengono a cessare le responsabilità dell'amministrazione comunale. I servizi sociali ovviamente rimarranno a disposizione per donne e minori, ma per gli altri non potremo fare più niente». Linea dura dettata ieri anche dalla giunta, che nella consueta riunione del martedì ha discusso a lungo dell’emergenza. «Sul nostro territorio abbiamo 8 campi regolari e 24 abusivi, 22 nomadi per chilometro quadrato - ricorda il vicesindaco Riccardo De Corato -. Ci rifiutiamo di aprire il venticinquesimo insediamento, non concederemo altri spazi. Gradiremmo che ne avessero uno Sesto San Giovanni, oppure Rozzano, o Settimo Milanese. Quando i comuni limitrofi avranno una piccola percentuale delle presenze di rom che sopporta Milano, si potrà parlare dell’ex Paolo Pini o altro. La mano sul cuore se la mettano ora i sindaci dell’hinterland».
L’assessore Guido Manca, che confida nell’intervento di prefetto e questore per «un rapido sgombero anche del campo di via Triboniano», in modo da avviare i lavori di ristrutturazione, assicura che laddove le soluzioni per i rom fosse trovata «rapidamente fuori dai confini della città, il Comune metterà a disposizione tutta la propria esperienza e la collaborazione logistica per effettuare gli spostamenti». I rom, insomma, nel capoluogo hanno i giorni contati. «Siamo certi - prosegue Manca - che anche il presidente della Provincia Filippo Penati abbia ascoltato le parole del prefetto, che si è molto adoperato per trovare una soluzione esterna a Milano».
Ancora ieri mattina, d’altra parte, Bruno Ferrante ha sottolineato che «bisogna andare verso responsabilità condivise e trovare delle soluzioni che coinvolgano altre amministrazioni, perché il problema non riguarda solo Milano, ma in prospettiva anche le altre cittadine». Ferrante ha riferito che la prefettura è «in stretto contatto con Comune, Provincia, Caritas e don Colmegna, stiamo lavorando per trovare una sistemazione per le persone regolarmente presenti sul nostro territorio» e ha aggiunto che «si sta ragionando sull’eventualità che il tavolo della Sicurezza sui nomadi sia esteso anche alla Regione».
L’assessore provinciale per i Diritti dei cittadini, Francesca Corso, insiste invece sulla «necessità che il Pirellone rifinanzi la legge sul nomadismo» e la «ricomposizione di un tavolo che coinvolga le istituzioni, Asl e scuola e porti ad un modello organizzativo diverso dai campi abusivi o grandi come quello di via Triboniano. La Provincia è pronta a fare da regia, spendendo le proprie risorse. Ma siamo in mezzo ad una contraddizione: siamo strattonati dal Comune perché dovremmo fare di più, mentre la Regione dice che non ne abbiamo la titolarità». E Penati rilancia l’idea di «un piano metropolitano per cacciare i delinquenti, aiutare i disperati e sostenere le associazioni che già lo stanno facendo». Patrizia Toia, segretario provinciale della Margherita, invita invece «a non banalizzare il caso-nomadi riducendolo a un problema di natura solo repressiva, ma senza sottovalutare la domanda di sicurezza che proviene dai cittadini».