Il capocomico e la spalla si pestano i piedi

Il critico: 58esima edizione ha fatto capire molto presto di zoppicare proprio negli aspetti che avrebbero voluto essere vincenti

Sanremo - Se è vero che lo spirito del Festival di Sanremo lo si capisce nei primi venti minuti, banco di prova del suo stile e dei suoi intenti, questa cinquattottesima edizione ha fatto capire molto presto di zoppicare proprio negli aspetti che avrebbero voluto essere vincenti: la commistione di elementi classici e di ambizioni innovative, la voglia di tenere insieme tanti tipi diversi di pubblico e di melodie, il desiderio di fare spettacolo con un occhio alla tradizione e l'altro delegato alle scorribande pierinesche. Baudo ha pensato a un «Sanremo per tutti» come mai in passato, a un'occasione di spettacolo che mantenesse la sua quota base di conservatorismo e cura professionale dei particolari (la scenografia ad effetto di Gaetano Castelli, le coreografie di Gino Landi, l'omaggio iniziale alle canzoni del passato e quella specifica a Modugno e a Volare affidata a Morandi) ma comprendesse spazi di innovazione per lui abbastanza inusitati e non sempre calzanti, complice la presenza di un Chiambretti per nulla disposto ad arretrare anche solo di un centimetro.

Mai visto un Sanremo tanto ingolfato di gag iniziali, di siparietti quasi goliardici in cui non si capiva chi tra Baudo e Chiambretti fosse il capocomico e chi la spalla. Mai vista nemmeno una presentazione dei cantanti così insistentemente scherzosa, e se si pensa che i discografici si erano lamentati in passato persino dell'ironia di Vianello e di certi colpi di coda di Fazio chissà cosa avranno pensato delle disinvolture dell'edizione di quest'anno. Mai visti, nella gestione dei Sanremo targati Baudo, tanti impacci al debutto a cominciare da quelli di Andrea Osvart (non certo felice, alla prova dei fatti, l'idea di dilatare in due giornate diverse la presentazione della bionda e della bruna, caricando sulla prima tutto il peso del debutto) proseguendo con i nervosismi per le inquadrature impallate e con la sensazione di una macchina che non riusciva troppo spesso a ingranare le marce giuste.

Ha colpito in particolare una certa mancanza di ritmo, la latitanza di quella felice tensione emotiva che ha sempre fatto, dei festival presentati da Baudo, un elemento di forte caratterizzazione. La prima giornata ci ha mostrato un Baudo in stile un po' dimesso, a tratti persino a disagio, come se l'aver rinunciato per la prima volta alla centralità della conduzione gli avesse tolto una parte almeno della carica con cui era solito cavalcare (e comandare) Sanremo. Lo scettro della conduzione è stato preso fin dall'inizio da Chiambretti, che però è più un contropiedista che un costruttore di gioco, e da questa confusione di ruoli la prima serata del festival ha fatto fatica a riprendersi.