«A Capodanno in Tv con gli occhi da bimbo»

L'avevamo lasciato nei campetti di rugby alle prese con la solitudine degli adolescenti. E mai più credevamo che volesse accostarsi all'universo instabile e delicato della prima infanzia. Ma Marco Paolini non teme né le insidie né i rischi ogni volta che sceglie di raccontare - e di raccontarsi - in un percorso che, partendo dal passato di una generazione, finisce per riguardare noi tutti. Nasce così il nuovo bellissimo spettacolo per immagini, parole e suoni che questo poeta della passione civile presenta in anteprima su La7 il primo gennaio 2009, alle ore 21, col titolo La macchina del Capo ovvero Racconto di Capodanno. In una situazione inedita, dato che la rete televisiva lo fa precedere da un grappolo di film come il disneyano Un maggiolino tutto matto e Il libro della giungla presentati da lui stesso. Per non parlare di un film cult come I quattrocento colpi dove Truffaut raccontava con pudore e struggimento i traumi del bambino Antoine Doinel.
Ma come e perché Paolini stavolta si rivolge al pianeta-infanzia? Non è un'ariosa vacanza dall'impegno di Ustica o del Racconto del Vajont?
«Non è affatto una vacanza, ma un'altra puntata delle mie tante e lunghissime storie - confessa l'interessato - quelle raccolte negli Album dal '54 all '84. Solo che, stavolta, mi trasferisco dal campo di rugby ai campetti di calcio delle colonie dove venivano irreggimentati i bambini come me, sperimentando sulla propria pelle i primi traumi, i primi turbamenti e le prime passioni».
Un racconto autobiografico, quindi?
«Per niente. Io diffido dell'operazione nostalgia che non porta né alla conoscenza né alla crescita. Anche se è evidente che non posso evadere da me stesso, mi sono sforzato di andare al di là di un discorso datato anni Sessanta. Parlo, da cinquantenne, di un bambino di oggi senza concedermi facili pietismi. Mi metto, piuttosto, nei panni di un testimone che, dentro la sua coscienza di adulto, scopre e fa scoprire al pubblico il bambino Nicola, il nome che da sempre do al mio piccolo alter ego. Mostrando all'occhio della Tv ciò che era ed è il bambino prealpino, coi passaggi di crescita, le difficoltà che subisce e gli incanti che prova di fronte al nuovo mondo che gli si spalanca davanti: quello del gioco ma anche quello castissimo dei primi amori».
Ci saranno musiche nella «Macchina del Capo»?
«Sì, ma diverse dal solito. Al posto delle canzoni di repertorio come accadeva in Aprile, adesso con Lorenzo Monguzzi abbiamo creato canzoni senza tempo, simili alle filastrocche di Gianni Rodari o alle meravigliose melodie composte da Carpi per il Pinocchio di Comencini».
E l'ambientazione?
«Ho scelto di giocare tutto il racconto nello spazio di un ex-tribunale austero e intimidatorio di Padova, dove le capriate d'acciaio e la biblioteca multimediale sorta all'interno mi servono per spaesare e turbare il mio piccolo grande protagonista. In Tv, l'ambiente gioca un ruolo fondamentale».
Lei che, dal'99, ha creato Jolefilm, la sua casa di produzione cinematografica, propone i suoi spettacoli sia in teatro che di fronte all'immensa platea televisiva...
«Grazie a La7, che mi concede l'inaudita libertà di propormi integralmente senza nessuna interruzione pubblicitaria».
D'accordo. Ma come cambia Marco Paolini quando racconta dalla scena o si racconta attraverso l'immagine?
«C'è una sola variazione. Che dipende dall'intensità, la prerogativa esclusiva del mezzo filmico. Dal palco so di rivolgermi a un folto numero di spettatori. Che tuttavia controllo, vedo, indovino, osservo. Ciò che la Tv non mi consente».
E allora?
«Allora io, per aggirare l'ostacolo, voglio e pretendo la telecamera con la lucina rossa, quella di una volta. Perché quella lucina mi guida. Quando m'inquadra, è come se mi rivolgessi a uno spettatore che non conosco e lo invitassi, come si fa con un amico, ad ascoltare ciò che gli sto per dire. So che se lo convinco, allora ho vinto la partita e posso riprendere in pace il mio vecchio mestiere».
Che sarebbe?
«L'unico che mi sta a cuore. Quello del cantastorie».