Capolavori al miglior offerente: i musei si "vendono" a mostropoli

La denuncia degli esperti: si presta un’opera in cambio del suo
restauro Intanto i quadri viaggiano troppo e i compensi dei consulenti
si gonfiano

Mostre e musei: come conciliarli? Il problema è di grande attualità. Se ne parla fra gli addetti ai lavori, se ne discute al ministero per i Beni Culturali, si pone il problema anche la gente comune, quando, arrivata in una città d’arte, deve decidere se visitare una mostra o un museo. Il fatto è che le mostre, sempre più numerose e costose, ma transitorie, sembrano togliere spazio ed energie ai musei, realtà culturali permanenti. In genere si opta per la mostra, più pubblicizzata, e attraente, trascurando il museo. A meno che la mostra non sia organizzata nell’ambito del museo stesso. Così, con uno stesso biglietto il visitatore può vedere l’una e l’altro. Ci sono musei come la ventina del Polo Museale Fiorentino, o di altre città, che organizzano mostre nei propri spazi, con opere esterne o dei depositi.

«Ma non attirano per questo necessariamente più turisti», osserva Cristina Acidini, Soprintendente per il Polo Museale fiorentino. «Il calo dei visitatori, che penalizza sia la mostra, sia il museo, dipende anche dal crollo del turismo statunitense (euro forte e dollaro debole) e giapponese (crisi finanziaria)».
Ma è così importante che migliaia di visitatori vadano a vedere una mostra? Secondo Antonio Natali, direttore degli Uffizi, che come un abile equilibrista tiene sotto controllo mostre e musei, «non si possono giudicare l’importanza e l’utilità di una mostra dal numero di visitatori e dal ritorno economico. Non sono certo questi i criteri di valutazione di un evento culturale. I costi e gli introiti devono essere sempre tenuti presenti, ma il primo criterio di valutazione di una mostra è il suo valore educativo».

Giustissimo. Ma le famose mostre evento, indicate come blockbuster o spaccabotteghini, che costano milioni di euro ai Comuni, alle Fondazioni ex-bancarie e ai privati spesso con rischi notevoli, si affannano a raccogliere visitatori per pareggiare i conti. E, quando si parla di una mostra, la si annuncia enfaticamente a suon di cifre: «15.310 visitatori nei primi giorni di apertura, con una media giornaliera di 1700 alla mostra x». Ma dei costi non si parla mai. Argomento misterioso e doloroso.

Che le spese per certe mostre siano da capogiro lo sottolinea Alessandra Mottola Molfino, museografa e storica dell’arte milanese, coordinatrice dell’ICOM Italia con una lunga esperienza nei musei, su cui ha scritto vari libri (Il libro dei musei, 1998; L’etica dei Musei, 2004; Lavorare nei musei, 2004, tutti editi da Allemandi). «Ci sono mostre che costano milioni di euro, alcune valgono, altre no. I curatori, che un tempo prendevano qualche milione di vecchie lire, ora arrivano anche a 120mila euro. Le grandi mostre sono vissute come oggetti di consumo: si vedono e si dimenticano». E poi, aggiunge, mettono a rischio le opere d’arte che, antiche e fragili, rischiano la «vita» con i viaggi, gli spostamenti e i cambiamenti climatici. Proprio sul prestito di opere per le mostre Alessandra Mottola Molfino parlerà il 21 novembre prossimo a Cremona in un dibattito dal titolo «Mostre e Musei a tu per tu», che vedrà nel Museo Civico Ala Ponzone interventi di vari addetti ai lavori e la presentazione del documento ICOM Italia «Mostre-spettacolo e Musei: i pericoli di una monocultura e il rischio di cancellare le diversità culturali».

Si parlerà dunque finalmente di opere, di quelle opere che antichi maestri hanno realizzato con fatica guadagnando pochi soldi e che ora viaggiano come pendolari da un continente all’altro. «La questione dei prestiti è scottante», dice Cristina Acidini, «la commissione ministeriale istituita nel 2006 ha dato utili criteri di valutazione, anche riportando indicazioni di organismi internazionali. Ma nella pratica quotidiana gli spunti per controversie restano ampi». Esempio? «Se un’opera è in cattivo stato, non sarà prestata. Ma se gli organizzatori finanzieranno il restauro verrà concessa. Ma potrebbe rimanere strutturalmente fragile. Ci sarà allora un tira e molla tra responsabili e organizzatori, magari con esternazioni mediatiche, che negheranno il rischio. Così l’opera alla fine verrà data».

Ci sono poi opere in buono stato di conservazione, che caratterizzano un museo, come la Venere di Botticelli agli Uffizi. «Toglierla dalla sua collocazione è impensabile, creerebbe delusione nel pubblico. Ma se i tecnici locali non concedono il prestito, arrivano pressioni politiche e diplomatiche». Qualche volta - continua Acidini - da un prestito possono arrivare anche vantaggi, quando si tratta di far conoscere il nostro patrimonio in contesti inusuali, musei periferici, centri minori, Paesi stranieri lontani. «Ultimamente però si parla sempre più spesso di denaro in cambio di prestiti di opere. In teoria tutti respingiamo l’idea, ma nei fatti le spese che imponiamo ai richiedenti (restauri, nuove cornici, nuove fotografie, nuove vetrine) sono denaro camuffato». In conclusione? «Bisognerebbe ridurre i prestiti ed eliminare le mostre che non hanno un serio progetto scientifico. Ma chi lo stabilisce? La storia dell’arte, la critica d’arte e la museologia non sono scienze esatte...».
E allora quale sarà il futuro delle opere d’arte? «Da un lato la pressione per la loro massima mobilità, proposta dai Paesi nordici dell’Unione Europea. Dall’altro la crisi economica che potrebbe privilegiare non le mostre migliori, ma le più finanziate». Speriamo che non avvenga.
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