Capolavori? Soltanto pizze d’autore

C’è da sbellicarsi in anteprima pensando a quanto uscirà oggi sui giornali dalle penne sublimi dei critici più illustri. Ingmar Bergman? Autore immenso, genio inarrivabile, maestro dei maestri e giù con le esaltazioni prefabbricate. Roba da far passare i politici per dilettanti dell’ipocrisia. Chissà se qualcuno dei venerabili recensori avrà trovato il coraggio di ammetterlo: con i film di Bergman nel buio della sala mi sono fatto le più lunghe dormite della mia carriera cinematografica. Ah, i micidiali, interminabili silenzi di Persona; la saga infinita di Fanny e Alexander tra merletti, trine e sbadigli; gli strazianti, in ogni senso, sguardi di Sinfonia d’autunno.
E che dire di quei capolavori rimasti indelebili nella memoria dello spettatore? Impossibile scordare Il settimo sigillo, il volto trasfigurato di Max von Sydow, interprete perfetto per mastro Bergman: l’ultima volta che ha sorriso dev’essere stato all’asilo. Il posto delle fragole, un’altra celebre pizza d’autore, le lacrime che fece scorrere a fiumi nei cinema, specie a chi dopo la prima mezz’ora non era riuscito a farsi rimborsare il biglietto.
Ecco, forse è proprio questa la straordinaria grandezza di Bergman: saper trasferire le atroci sofferenze dei suoi personaggi dallo schermo alla platea. Adesso mentre tutta la nomenklatura piange a dirotto, il popolino bue s’interroga perplesso: perché le meravigliose opere dell’ultimo re di Svezia non vengono mai teletrasmesse prima delle tre di notte? Grazie al cielo, i cinefili possono ancora consolarsi. Gli restano i Rivette, i Wenders, i Godard, i von Trier, i Van Sant, i Moretti e tanti altri tromboni più o meno in erba. E soprattutto l’indistruttibile vegliardo portoghese Manuel de Oliveira, che è pronto a sfornare un altro film. L’importante è non smettere mai di annoiarsi.