Capolavoro Fiom: infuriati centro, sinistra e Cisl

Opposizione allo sbando. I moderati: non siamo il braccio politico della Cgil. I radicali: regalata la piazza a Vendola e Di Pietro. L’ira di Bonanni. Il corteo fa male a Bersani: <strong><a href="/interni/il_corteo_fa_male_bersani_basta_dateci_vendola/18-10-2010/articolo-id=480778-page=0-comments=1">&quot;Basta, dateci Vendola&quot;
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Roma - Esagera il dirigente del Pd Michele Meta che si indigna: «Abbiamo regalato una piazza da un milione di persone a Vendola e Di Pietro». Esagera perché in piazza sabato con la Fiom non c’era certo un milione di persone, nonostante il costume italico di annunciare numeri iperbolici ad ogni manifestazione. Ma mette comunque il dito in quella che, per il Pd, è una piaga sempre aperta.
È una coazione a ripetere, quella che imprigiona il principale partito di opposizione ad ogni manifestazione, specialmente se sindacale: lo stato maggiore Pd non c’era abbastanza da farsi notare, e dunque tg e giornali del giorno dopo hanno incoronato l’applauditissimo Nichi Vendola e il presenzialista accanito Tonino Di Pietro come controparti politiche di quella piazza, acclamati dalle tute blu.

Ma c’era a sufficienza da far imbufalire tutti coloro che pensano che andare in piazza con la Fiom sia un cedimento al massimalismo sinistrista, un tradimento della vocazione riformista, un levarsi la maschera e rivelarsi come «un partito di sinistra tout court, e non più di centrosinistra», come denuncia l’esponente Pd (ex Margherita) Enrico Farinone. Il leader dell’Udc, agognato interlocutore centrista del Pd, denuncia la «grande contraddizione del Pd, cui dovrà inevitabilmente dare risposta».

Ma tutta l’anima filo-Cisl, da Fioroni a D’Antoni a Letta a Boccia, denuncia il cedimento alla piazza di sinistra: «Non si costruisce una prospettiva di governo seria con gli estremismi politici e sindacali», dice l’ex Ppi Giorgio Merlo; mentre Marco Follini ammonisce che il Pd «non può essere il braccio politico della Cgil».

Gli aspri rapporti intersindacali, con il leader Cisl Bonanni che accusa la Cgil di aver coperto una manifestazione «scandalosa» che ospitava «cartelli ingiuriosi e inviti alla violenza» contro la Cisl, e con Epifani che gli replica di non «intromettersi nelle scelte interne della Cgil», non fanno che alimentare la tensione dentro il Pd. L’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, che in piazza c’è andato, replica: «Macché collateralismo: il Pd deve stare con i lavoratori, uscendo dalle logiche “sto con la Cisl” o “sto con la Cgil”. Io c’ero perché lì c’erano lavoratori in carne ed ossa, e molti di loro sono elettori nostri e devono vederci».

I dirigenti del Pd sono consapevoli della difficoltà in cui si trovano: «Comunque scegliamo, scegliamo male, e a non scegliere rischiamo di regalare la Cisl e la Uil a Sacconi e la Cgil a Di Pietro e Vendola», sospira un dirigente molto vicino a Pierluigi Bersani. Una situazione che rischia di essere ulteriormente complicata dalla parola d’ordine dello sciopero generale, lanciata dai duri Fiom e raccolta in piazza da Epifani. Il quale ha così chiuso la carriera da segretario con gli applausi delle tute blu, lasciando poi la patata bollente di uno sciopero che spaccherebbe ulteriormente i sindacati alla sua erede, Susanna Camusso, che dicono non sia stata entusiasta della cosa.
Massimo D’Alema ieri è intervenuto per cercare di rafforzare la linea del segretario: «Il nostro partito non ha il compito di discutere se deve o non deve partecipare, alle manifestazioni partecipano le persone. I partiti devono saper ascoltare e capire», dice. Intanto Nichi Vendola si muove da protagonista sulla piazza in cui il Pd stava con mezzo piede: se Fassino e Chiamparino hanno applaudito Marchionne, mentre Bersani tentennava, lui lo ha indicato chiaramente come nemico.

Prendendosi gli applausi (e una parte dei voti, spera) delle tute blu. Il suo obiettivo, ora, sono le primarie per la futura premiership: Vendola punta su una scadenza ravvicinata (entro un anno) e ha ottenuto da Bersani la promessa che ci saranno, a patto che il governatore pugliese non si metta di traverso contro un’eventuale legge elettorale gradita al Pd. Ed è anche convinto di poterle vincere, a patto che Bersani non si candidi: in quel caso, spiegano i suoi, l’«effetto segretario» e il peso dell’apparato potrebbero prevalere.