Capolavoro nella Berlino brechtiana

Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck uscirà venerdì. In poco piu di un mese, dopo Lettere da Iwo Jima di Clint Eastwood, sarà quindi nelle sale un secondo capolavoro, parola che pareva relegata o fra i ricordi delle persone serie o nel lessico dei pubblicitari sfrontati. In entrambi i film, le matrici sono vicende reali: se però Eastwood è un autore cresciuto in bravura ancor più che in statura (è alto 1,94!), Henckel non solo è altrettanto imponente sul piano fisico, ma è una sorpresa, che al primo film da regista ha meritato tre European Film Award e l'Oscar per il film straniero. Proprio grazie all'Oscar il suo film arriva in Italia; prima, se ne era sentito parlare, ma meno che di Good-Bye Lenin di Wolfgang Becker, che aveva avuto la vetrina del Festival di Berlino. Le vite degli altri invece no: si è fatto largo da solo, senza nemmeno essere una commedia, genere che, se «incontra», incontra più degli altri.
Good-Bye Lenin e Le vite degli altri sono, con Il silenzio dopo lo sparo di Volker Schlöndorff, una magnifica trilogia sulla Germania fra anni Settanta e Ottanta, sulla fine della Repubblica democratica in particolare. Tre film, tre quadri critici del «socialismo reale», che si rivolgono a un pubblico che ha conosciuto quella realtà e al quale non si possono di conseguenza offrire caricature. Il cinema tedesco di oggi sulla Ddr è dunque analogo al cinema tedesco del dopoguerra sulla Germania nazionalsocialista. Non vi si aggirano mostri, solo persone più o meno buone, talora animate da oneste intenzioni anche quando, col senno di poi, le si sono considerate appartenenti a organizzazioni criminali. È il caso del capitano della Stasi (sostanzialmente il ministero degli Interni), interpretato straordinariamente - nessuna posa, nessuna smorfia, nessuna gesticolazione - da Ulrich Mühe. E Ulrich Tukur, il suo superiore, forma con lui una coppia perfetta, più convincente di quella delle loro vittime, il commediografo allineato (Sebastian Koch) e l'attrice rampante (Martina Gedeck), tanto rampante da accettare la corte di un ministro, che, geloso, fa mettere sotto controllo il commediografo. Che ha amici dissidenti e così rischia d'esser accusato coinvolto delle loro flebili attività.
Quasi due ore e venti di proiezione sono preoccupanti. Prima che il film finisca a tutti gli effetti, ci sarebbe modo varie volte di chiuderlo. È questo il momento in cui si dubita di Henckel, in cui si teme che si sia innamorato della sua storia. Ma il finale dei finali giustifica l'attesa. E poi ci sono i luoghi veri di storie come questa, la Berlino dei quartieri eleganti dell'est, dove abitava l'élite del regime. È una Berlino brechtiana, sopravvissuta a bombardieri americani e carri armati russi, dove sono cresciute nel mezzo secolo della Ddr le architetture «svedesi», l'impronta socialdemocratica per ingentilire quella socialcomunista. Rispetto all'ovest, la parte est della capitale giustifica, a tratti, il monito scritto a vernice sui quei muri in giorni interessanti: «Berlin bleibt deutsch». Berlino resta tedesca.

LE VITE DEGLI ALTRI di Floriam Henckel von Donnersmark (Germania, 2006), con Ulrich Mühe, Sebastian Kock. 138 minuti