Capolavoro postumo

È il romanzo più recensito di questo 2011. Talmente tanto recensito che, addirittura, un quotidiano partendo da questo libro, di cui ormai in apparenza si è scritto tutto, ha deciso di dedicare una pagina a un inedito dello stesso autore che sarà pubblicato l’anno prossimo in Spagna. È il cortocircuito mediatico che forse soltanto lo scrittore cileno Roberto Bolaño (Santiago del Cile, 1953 – Barcellona, 2003) oggi riesce a evocare. Bolaño è il più celebre scrittore postumo degli anni Zero: più commentato che letto, più citato che studiato, più esibito che compreso. Anche per Il Terzo Reich, scritto nel 1989 e pubblicato due settimane fa in Italia da Adelphi, tra anticipazioni, interpretazioni e recensioni, accade quasi che, avendone letto ovunque, il lettore sia spinto a non leggere il romanzo (del quale, per inciso, si dice sia stato scritto dall’autore fino a pagina 80 e poi finito dal suo agente sulla base degli appunti lasciati dall’autore).
Il libro, comunque, racconta la storia di un giovane che si rifugia in una stanza d’albergo in Costa Brava per essere risucchiato da un war game che simula lle azioni belliche della Seconda Guerra Mondiale, tra reale e virtuale. Sembrerebbe difficile, ma non lo è. Si è letto che questa sia tra le prove narrative meno riuscite dello scrittore cileno. Assurdo. Il Terzo Reich è forse il miglior e più intenso romanzo, insieme a I detective selvaggi (Sellerio, 2003), che abbia mai scritto. Un capolavoro. Di quelli che resteranno oltre le polveri delle mode, delle elucubrazioni parossistiche, degli incensi e incendi d’amor ludibrio recensionistico. Con questo libro Bolaño riesce a dare scacco alla critica letteraria contemporanea.
Proprio attraverso Il Terzo Reich lo scrittore cileno compie un’azione situazionista: esiste pur non esistendo. Chi lo ama e lo sege da tempo lo può immaginare con il suo sorriso beffardo, ritratto come in una caricatura, tirare i fili dei tanti burattini che tessono le fila della critica di maggioranza. Quella che non duole, quella che non vuole: quella critica esausta di tuttologi del nulla che passano dalle recensioni di libri americani al problema dello smog in Italia, dal ritratto del campione mondiale di calcio all’esaltazione dell’ultimo film capolavoro di qualche regista islandese. Bolaño infila un filotto reale. Si è parlato di questo romanzo come di «un richiamo al filonazismo», del «rimembrare un’infanzia vissuta all’ombra della dittatura di Pinochet», del «primo romanzo che affronta i pericoli tra reale e virtuale». C’è ben altro. . E a sottoscriverlo è lo stesso Bolano proprio in questo libro che nessuno pare aver letto oltre pagina ottanta. Sarebbe bastato addentrarsi (almeno) a pagina 183 per iniziare a comprendere che il miglior Bolano è quello che copre la distanza, è quello che appositamente irrita il lettore con una scrittura spesso manieristica per poi esplodere in artifici che disvelano tutta l’arte della sua scrittura. La violenza, ad esempio, non sta nel titolo o in ciò che racconta o in uno dei protagonisti più citati e odiati (il «Bruciato», il cattivo del romanzo, un bagnino completamente sfigurato dal fuoco) ma nella dolce lama d’inchiostro con cui Bolaño introduce una figura centrale, ma paradossalmente sullo sfondo, come Frau Else. Bastano soltanto due parole «Frau» e «Else» e tutto l’orrore del Terzo Reich ci salta al collo facendoci sanguinare. Tutto il racconto è tensione per farci giungere a quel «Frau Else» che, in questo contesto, fa venire i brividi. Bolaño, come scrive a pagina 254, cerca «l’immagine delle nostre mani nella nebbia», fruga nei nostri «occhi imperfetti e singolari, delicati, distanti, foschi, audaci e prudenti». Cerca di farci capire come «la totalità li sfuma, a seconda della prospettiva, ma li contiene sempre». Il problema è che Bolaño non sta scrivendo, come può apparire, dei suoi personaggi. Sta scrivendo di noi. Basterebbe girare pagina o tornare a pagina 1 per comprendere come i veri fili spinati, secondo lo scrittore, siano nelle nostre teste. Come la vera dittatura non stia nelle aggressioni, ma nelle sfumature. Come il vero pericolo sia interpretare anziché comprendere. Critici o lettori, che siano.