Il capolavoro di Sean Penn esalta la vita pericolosa

"Into The Wild" racconta la storia di un ragazzo che decide di andare a vivere in una zona deserta dell’Alaska dove muore di stenti a 23 anni

Roma - Trionfa Sean Penn alla Festa di Roma: al suo Into The Wild (Nella natura selvaggia) è andato l'unico vero applauso della stampa. La rassegna «Première» anche quest'anno ha dunque il suo capolavoro (l'anno scorso era The Departed), anche se il film dura due ore e mezza, gli attori sono di relativa notorietà e la trama è senza apparente fascino e senza lieto fine. Onore a Penn, che l'ha prodotto, scritto e diretto; onore a chi l'ha interpretato: Emile Hirsch, nel ruolo del giovane che non ama la vita comoda, votato all'avventura sognata sulle pagine di Henry Thoreau e Jack London, che lo porterà a vagare fino in Messico e in Alaska; William Hurt e Marcia Gay Harden, i genitori che lui non sopporta, sebbene paiano migliori della media; Jena Malone, la sorella minore, che non riesce a trattenerlo; e poi Vince Vaughn, Catherine Keener, Brian Derker, l'incantevole Kristen Stewart, che incarnano personaggi incontrati lungo la strada. Ma sopra tutti c'è Hal Holbrook, caratterista che ha attraversato mezzo secolo di grande cinema (e tv: Ai confini della realtà, per esempio). Di solito faceva il cattivo: i suoi dieci minuti da buono valgono qui d'andare al cinema anche se piove, siete stanchi e i tram scioperano.

All'origine di Into The Wild c'è la biografia di Christopher McCandless scritta da Jon Krakauer, Nelle terre estreme (Corbaccio). Racconta di un irrequieto studente che si diploma, che ha i voti per andare all'Università di Harvard, invece pianta tutto e non dà più notizie alla famiglia per oltre un anno, fino a spingersi in una zona deserta dell'Alaska e morirvi di stento nell'estate 1992, a ventitré anni.

Signor Penn, è passato dal libro al film?
«L'acquistai attratto dalla foto in copertina, un autobus abbandonato nella neve. Lo lessi nella notte. La mattina cercavo già di acquistarne i diritti per il cinema».

Senza molto riflettere, dunque.
«Mi sembrava una storia indimenticabile e profondamente cinematografica per personaggi e ambientazioni».

Ciò accadeva...
«Quasi dieci anni fa».

Ma il film esce solo adesso. Difficoltà produttive?
«La famiglia McCandless era stata avvicinata anche da altri registi. Ed esitava».

Dunque?
«La signora McCandless aveva sognato che il figlio la sconsigliava di accettare. Ma dopo quasi dieci anni mi ha telefonato...».

Come mai s'era persuasa?
«Non lo so, ma è andata così. E non ho dovuto nemmeno rileggere il libro quando mi sono messo a scrivere la sceneggiatura. L'ho fatto solo quando ho finito la prima stesura».

Mancava qualcosa per il film?
«No, Krakauer ha fatto un lavoro accurato. Ho voluto però conoscere le persone incontrate dal protagonista nei due anni dall'addio ad Atlanta all'Alaska. E ho cominciato a comprimere la vicenda perché potesse stare in un film».

Emile Hirsch è magrissimo nelle scene finali...
«Che sono le prime girate. Emile aveva dovuto perdere quasi venti chili: ne pesava solo cinquanta».

E rischiava di morire come il suo personaggio, vittima di un'alimentazione un po' troppo naturale?
«No, ma Hirsch è stato molto disciplinato: per otto mesi ha saputo rinunciare a bere una birra al bar e a divertirsi con le ragazze. L'ho visto maturare».

Il suo film invita a vivere pericolosamente, come diceva Nietzsche, e il suo personaggio, alla fine, somiglia al Che morto in Bolivia...
«Somiglianza non cercata ma gradita... Negli Stati Uniti e in Europa la gente vuole la vita comoda e ciò ha gravi conseguenze. Occorre cambiare, far battere i cuori più forte».