Il capolavoro sprecato di Ferrara

La proposta ha smosso
coscienze, ma ora i toni
sono eccessivi, come
nel caso di Genova.
E l’esasperazione rischia
di affossare la causa<br />

Giuliano Ferrara ha la nostra massima stima e ammirazione. Ce l’ha perché è un genio, e ce l’ha perché si innamora delle battaglie disperate, che conduce infischiandosene della disapprovazione del cosiddetto mondo perbene. Temiano però che, come molti geni e come molti cavalieri di nobili imprese, nel profondo del suo io si nasconda un istinto autodistruttivo, che lo porta prima o poi a disfare, a disintegrare quanto di mirabile aveva saputo costruire. Temiamo che anche in questa campagna contro l’aborto - o meglio, per la vita - Ferrara si stia ora lasciando prendere da quella sorta di cupio dissolvi che già in altre occasione lo ha portato a lasciare incompiuto il capolavoro intrapreso.

Un capolavoro, infatti, è stato quello che Ferrara ha saputo realizzare da quando ha lanciato la proposta di una moratoria per l’aborto. Nessuno, prima di lui, aveva saputo scuotere le coscienze di tanti insospettabili, coinvolgere tanti laici nel fronte pro-life, indurre tante femministe storiche a ripensamenti, autocritiche, cambiamenti. Facendo leva sulla forza dell’intelligenza e della ragione, Ferrara ha «costretto» molti non credenti a prendere atto di ciò che appare evidente anche senza il supporto della fede: e cioè che dopo il concepimento la vita è già iniziata, l’essere umano c’è già. E l’aborto altro non è che la soppressione di una vita. Non è un caso se Benedetto XVI - il Papa che tanto insiste proprio sull’intelligenza e sulla ragione - non ha esitato a riprendere pubblicamente la proposta di Ferrara sulla moratoria (quando mai s’era visto un Papa «andare dietro» a un giornalista?) e a farla sua.

Un capolavoro, dicevamo. Ma un capolavoro che temiamo possa essere ora vanificato, appunto, da una sciagurata inclinazione a divorare se stesso. Ci sono almeno due indizi che ce lo fanno pensare. Il primo riguarda la scelta di Ferrara di trasformare il suo movimento di pensiero in una lista elettorale. In un partito, tanto per chiamare le cose con il loro nome. Spero che nessun imbecille sostenga che diciamo queste cose per interessi di bottega. Dei voti che Ferrara potrebbe sottrarre al Pdl, a chi scrive non frega niente. Anzi, a scanso di equivoci, dico che Ferrara ha ragione quando sostiene che i grandi partiti hanno sbagliato a voler estromettere dalla campagna elettorale i temi etici.

Tuttavia, la decisione di presentare un partito antiaborto resta, a nostro parere, un errore. Lo è perché - per quanto siano rette le intenzioni di Ferrara, e lo sono senz’altro - in Italia tutto ciò che si presenta come politico, anzi come elettorale, sa di sospetto. Sa di interessi, di soldi, di poltrone. Nel caso di Ferrara sono sospetti certamente infondati. Ma in politica le sensazioni e l’immagine contano come e più della realtà, e il direttore del Foglio dovrebbe saperlo bene. La presentazione di un partito ha quindi - di colpo - fatto calare la simpatia e il consenso verso la moratoria per l’aborto. Ma la scelta di presentare una lista è un errore anche e soprattutto per un altro motivo: per un calcolo di realismo politico. In politica, le battaglie si fanno se sono utili, se producono risultati concreti. E siccome la lista di Ferrara è destinata a raccogliere ben poco, il risultato sarà che, alla fine, la gente dirà: avete visto?, dell’aborto non importa un fico secco a nessuno.

Il secondo indizio di un’avviata manovra di autodistruzione sta nel linguaggio e nei modi che, improvvisamente, Ferrara ha da qualche giorno iniziato ad adottare. L’ultimo caso è la sua sortita sulla vicenda di Genova. Intendiamoci bene. Ferrara ha perfettamente ragione quando dice che ormai si abortisce anche per futilissimi motivi: chi lavora nei consultori pubblici lo sa bene. Così come è vero che da quando c’è la legge 194, gli aborti sono più che quadruplicati: erano 30mila all’anno quelli clandestini prima del 1978, sono 130mila oggi solo quelli legali. Ma a volte i toni con cui si dicono certe verità, producono il solo effetto di far chiudere le orecchie a chi ha già poca voglia di ascoltare. Ferrara, lo ripeto, aveva realizzato un capolavoro inducendo tanti abortisti a un esame di coscienza. Ora, evocando i campi di sterminio nazisti, quel dialogo rischia di seppellirlo per sempre. Tanto più che anche questa vicenda di Genova appare ora - a torto o a ragione - come un pretesto per prendere voti.

Se Ferrara avesse limitato la sua opera a una campagna culturale, e non politica, quest’accusa di strumentalizzazione non gli sarebbe stata mossa. E a guadagnarci, più che Ferrara, sarebbe stata tutta la causa della vita. A Ferrara vogliamo bene davvero. E sull’aborto siamo dalla sua parte. Per questo ci permettiamo di dargli un consiglio. Si chieda come mai chi ha cominciato ben prima di lui a battersi per la vita, non ha approvato la sua decisione di presentare una lista. Nessuno, nella Chiesa, gli ha dato l’imprimatur: né la Cei né Avvenire, né Cl, né Radio Maria.

Si chieda come mai quello stesso mondo cattolico (che avrà i suoi difetti e le sue debolezze, ma che sta appoggiato su duemila anni di esperienza) pensa che lo scopo debba essere quello di far capire a più donne possibile che non debbono abortire, e che per raggiungere questo scopo occorrano da una parte una campagna culturale, e dall’altra (soprattutto) una realtà di accoglienza. Non, in ogni caso, un partito, né tanto meno un clima da rissa verbale. San Paolo esortava a non fare sconti sulla verità: ma aggiungeva che essa deve essere testimoniata con dolcezza e mansuetudine. Ferrara ha scoperto, da laico, l’immenso patrimonio di saggezza della Chiesa. Abbia ora l’umiltà di ascoltare coloro che questa scoperta l’hanno fatta prima di lui. Se non altro per una questione di realismo, cosa di cui Ferrara dovrebbe intendersi.