Un capolavoro a teatro mezzo vuoto

Onegin, l'inedia, l'angoscia esistenziale, l'incapacità di agire; malato di «ipocondria», o spleen che dir si voglia, questo eroe negativo trascina mollemente la propria vita tra capricci e indifferenza. Il primo di una lunga serie di personaggi, preferibilmente nobili e annoiati, che popolano la letteratura russa, da Lermontov a Turgenev, da Gonarov ad Ostrovskij.
«Evgenij Onegin» venerdì sera al Carlo Felice ha aperto uno scorcio sulla società pietroburghese del primo ottocento; e ha rivelato uno dei tanti capolavori - ahimé ai più sconosciuti - che costellano la storia musicale russa di XIX e XX secolo. Peccato che l'opera russa sia proposta così poco; peccato perché lo spettacolo valeva un teatro pieno, cosa che naturalmente non si è verificata. Impossibile competere con la cosiddette opere di repertorio (preferibilmente italiane), ardua impresa convincere il pubblico (potenziale) che esistono veri e propri gioielli musicali anche fuori confine, e un po' più in là. E parliamo di Ciaikovskij, non dell'ultimo arrivato.
Ma veniamo allo spettacolo, che ha avuto davvero grandi protagonisti, a partire dal Maestro Mena, una direzione sensibilissima, attenta alle sfumature, passionale e generosa con le inflessioni del canto. Splendida Tat'jana (Vassileva), voce calda e piena, negli acuti come nei registri più gravi, ha dato vita ad un personaggio multiforme, l'adolescente prima infatuata dell'idea di amore, poi innamorata e fremente di passione, poi schiva e «domatrice» di contrastanti sentimenti. Ottimo anche Lenskij (Korchak), l'aria di addio alla vita è stato un capolavoro di finezza musicale, molto intensa e delicata; una lode a Gremin (Abdrazakov), che ha donato ad uno dei momenti più noti e sinceri dell'opera un'ottima prestazione musicale, e valida prova infine per il protagonista (Capitanucci), che tuttavia rimane un po' castigato dall'immagine che il ruolo gli impone. Brava Ol'ga (Pardo), madre e tata (Tramonti, Vespasiani), e buona prova in generale per tutti gli altri interpreti, compresi i coristi (un po' meno come danzatori!).
Poco diremo delle scene, senza infamia e senza lode, un po' costrette su un palco così ampio; volutamente scarne perché incentrate sui personaggi, a tratti sono quasi trascurate, come nel ballo di campagna, che nella Russia ottocentesca era una grande occasione ed era senz'altro più «sfarzoso», nonostante la condizione sociale.
Unico vero neo della serata, la lunga attesa nei cambi di scena: non ce ne voglia il sovrintendente, ma il palco rotante c'è o non c'è? Non sarebbe stato espediente ad hoc per evitare noiose lungaggini? È decisamente un peccato interrompere il «pathos» ed essere costretti ad ascoltare le disquisizioni culinarie di chi sta seduto dietro.