Il capopopolo Benigni fa lo spot al suo film

Il vero attore, quello che s’è nutrito di birignao, polvere di palcoscenico e migliaia di esistenze inventate, ha fatto suo il verso di un poeta lontano, quello che suona «dove giacqui rinacqui», ed è sempre buono a far più parti in commedia, per servire almeno due padroni, ingrassando numerosi cavalli oltre, s’intende, che il proprio somaro. Roberto Benigni è un attore, capace di sfaldarsi come neve e di ruggire come tigre, bazzica il sacro e il profano e deve considerarsi, per certe sue frequentazioni con la poesia dantesca della trascendenza, uno e trino. Altro che doppio.
Ebbene, Benigni non cesserà di stupirci. Ieri si è inventato più ruoli, tutti cuciti a pennello sulla sua figura artatamente trasandata, sui suoi calzoni sempre un po’ lunghi, sui suoi capelli eccessivi, sul suo eloquio apparentemente incontrollato e tuttavia sempre politicamente corretto.
Roberto Benigni, nostro signore dei miracoli mediatici, delle ubiquità d’interessi, delle trovate col sottofondo di botteghino.
Ieri, dunque, al Centro Congressi Capranica, attiguo alla cittadella politica di Montecitorio, il guitto Benigni – il termine non è spregiativo, ma rispetta la stagionatura di un’arte antica – ha vestito i panni del capopopolo, del tribuno plebeo, pronto ai lazzi e alle invettive, suadente nella mimica e lesto nella parola, volta soprattutto a colpire Berlusconi e Tremonti, colpevoli a suo dire di una finanziaria che riduce il Fus, il Fondo unico dello spettacolo, che è l’insieme delle risorse che lo Stato destina al cinema, al teatro e alle altre forme di spettacolo. Cosa volete, i tempi sono grami, tutti invocano i sacrifici e allora il fatidico Fus secondo la finanziaria dovrebbe ridursi da 490 milioni del 2005 a un po’ meno di 300. Sia chiaro, sui sacrifici sono tutti d’accordo, a patto che comincino a sacrificarsi gli altri, ma in un certo senso è comprensibile che la gente dello spettacolo abbia manifestato contro i tagli. Ripeto, a sacrificarsi debbono essere sempre gli altri, l’interessato grido di dolore è nell’ordine delle cose, ed è quasi scusabile che gli interessati intonino il pianto greco quando si riduce la portata del fiumicello dei pubblici sussidi.
Roberto Benigni, con le sue multiple personalità, era lì ad arringare la folla, attaccando da par suo questo governo che non rispetta la «cultura» (verrebbe di scrivere Kultur con la kappa, alla tedesca). Benigni, che è un attore colto, non si limita a citare Dante, ha anche citato un aneddoto con Dostoevskij in persona, travestito da boscaiolo (ma questo espediente scenico non è chiaro).
A giudicare dai dispacci d’agenzia, quello di Roberto Benigni è stato uno show di grande successo, con applausi a scena aperta e inviti sinceri ad usare «il carisma» per la nobile battaglia contro il governo, che ha la maniacale fissazione di far quadrare i conti pubblici.
Soltanto un lavoratore dello spettacolo, uno sconosciuto del quale le cronache non tramanderanno mai il nome alla storia, non ha creduto giusto partecipare agli applausi e al clima festoso. «Ma che stiamo a fare – ha detto, secondo la cronaca dell’Ansa – non siamo qui a fare show, siamo qui per trovare soluzioni».
Non riusciva, il lavoratore ignoto, a capire l’allegrezza e il riso di Benigni. Ignorava che mentre lì si cercava di lacrimare a comando (fra frizzi e lazzi) sulle sale cinematografiche e sui teatri dei quali si teme la chiusura, nelle sale aperte si proiettava l’ultimo film di Benigni. L’attore ha sempre almeno due parti. Benigni interpretava il ruolo dell’intellettuale povero colpito dalla riduzione dei sussidi, ma anche quello di chi attinge con successo ai botteghini. Anzi, il pianto greco del primo può benissimo essere uno «spot» per la prima del secondo. Perché anche le tigri hanno freddo quando cade la neve e per chi riesce a tenere un piede in più scarpe la vita può essere meravigliosa.