Il caporale su Facebook: "Meglio morire in piedi"

La sorella di Manca: "Mio fratello è morto facendo il suo lavoro". Un amico: "Per Seba l'esercito era la vita"

Tutti e quattro alpini, tutti in forza al 7/o reggimento di Belluno, tutti accomunati dal tragico destino di cadere in un’imboscata dei talebani in Afghanistan. Non hanno avuto scampo Gianmarco Manca, Francesco Vannozzi, Sebastiano Ville e Marco Pedone.

«Meglio morire in piedi che vivere una vita strisciando», aveva scritto qualche giorno fa sul suo profilo di Facebook il primo caporal maggiore Gianmarco Manca, 32 anni, di Alghero. Oggi, quella frase suona quasi come una triste premonizione. Gianmarco sarebbe tornato a casa tra poco. La sorella, Antonella, aveva scritto sul social network: «Ti ho lavato la macchina, almeno non me lo chiedi più, la prossima lavata quando torni». Il militare sardo era alla sua quarta missione all’estero. Mamma Pierina, rimasta vedova nel 2003 quando il marito, maresciallo dell’Aeronautica, è morto in un incidente, non voleva che Gianmarco partisse per l’Afghanistan. Aveva paura. «Mamma - aveva detto il soldato - io i miei colleghi non li lascio soli, loro sono la mia famiglia». La sorella Antonella lo ricorda così: «Mio fratello è morto facendo il suo lavoro».

Francesco Vannozzi aveva 26 anni. L’ultima volta che lo hanno visto a San Giovanni alla Vena, in provincia di Pisa, il primo caporal maggiore era alla festa del paese. Era estate: raccontava entusiasta agli amici la prossima partenza per l’Afghanistan. Era la sua seconda missione all’estero: prima aveva servito in Kosovo. Anche lui, come Gianmarco Manca, comunicava con amici e parenti in Italia attraverso brevi messaggi affidati a Facebook. Si lamentava della sabbia: «Se tutto va bene mangio sabbia anche domani», ha scritto il 19 agosto. E il 20 agosto: «Ho le orecchie piene di sabbia». Sul suo profilo, molte citazioni: «Io non credo nel paradiso. Credo nel dolore, nella paura, nella morte», aveva scritto. E anche: «Si vis pacem, para bellum», se vuoi la pace, prepara la guerra». Ieri, la villetta di mamma Lia e papà Nilo è stata presa d’assalto da parenti e amici. È arrivata anche la fidanzata di Francesco. Il sindaco, Juri Taglioli, ricorda il ragazzo per il suo impegno: «Faceva parte di un’associazione che si occupa di antincendio sui monti pisani e l’ultima volta che l’ho visto era su un mezzo dell’associazione impegnato nei controlli boschivi sul monete».

Anna Laura, la sorella maggiore di Marco Pedone, ha parlato con il giovane caporal maggiore degli alpini soltanto la sera prima dell’attentato. Lui, 23 anni, l’aveva tranquillizzata: tutto bene in Afghanistan. Marco era l’ultimo di tre figli di Michele, bidello, e Assuntina, casalinga. Il sindaco di Patù, il piccolo paese del Salento dove il caporal maggiore è nato e cresciuto e dove viveva con i genitori, ha dichiarato il lutto cittadino per il giorno dei funerali del ragazzo. Marco aveva passato l’estate in Salento. Era contento di partire, hanno detto alcuni suoi amici.

Il parroco di Francofonte, in provincia di Siracusa, ricorda Sebastiano Ville mentre gioca a pallone nel campetto dietro la chiesa. Il primo caporal maggiore, 27 anni, era «un ragazzo per bene, generoso e leale», ha detto padre Gaetano Giuliano, parroco da oltre trent’anni della chiesa di San Francesco d’Assisi, il sacerdote che ha sposato i genitori del militare e ha visto crescere i figli della coppia. Sebastiano era alla sua terza missione all’estero. «Era preoccupato, non voleva partire, ma l’esercito era la sua vita», ha rivelato un amico. Anche perché a dicembre, dopo sette anni di servizio, sarebbe diventato un effettivo. La famiglia del giovane è distrutta dal dolore. Il medico ha dovuto somministrare sedativi ai genitori, avvertiti della morte del figlio non dall’esercito, ma dall’inaspettata telefonata di un giornalista.