Capossela: "Benvenuti nel mio circo di mostri"

L'artista ha pubblicato il cd "Da solo" e da stasera si esibirà al teatro Smeraldo di Milano (tutto esaurito): "Io troppo simile a Tom Waits? Nel mio disco mi sono ispirato al film Broadway Danny Rose di Woody Allen" 

Milano - Quando un artista dice, testuale, che «il mio nuovo disco è un atto di protesta contro la sparizione dell’inverno» viene da pensare a un folle o a un provocatore. Vinicio Capossela è entrambe le cose e, beato lui, vive in un’altra dimensione popolata di metafore, poesia, mostruosità e malinconia, mica nella nostra realtà intorpidita da ordinarie banalità. È (di nuovo) il suo momento. Il cd Da solo ha debuttato altissimo in classifica, è già disco d’oro per le vendite e la tournée che stasera e domani si ferma in un teatro Smeraldo di Milano tutto esaurito, dimostra che, dopo il successo di Ovunque proteggi, il linguaggio di questo strambo cantastorie è stato finalmente metabolizzato dal grande pubblico. Barbuto e stralunato, vestito spesso come fosse un Mangiafuoco di Collodi, Vinicio Capossela te lo immagini nei camerini di uno di quei postriboli disegnati da Toulouse Lautrec oppure in qualche appunto di Lewis Carrol mentre parla la sua lingua costruita su scarti apparentemente illogici ma visionaria e madida di riferimenti alla storia polverosa della musica, quella fatta di notte, spesso ubriaca di alcol o ispirazioni, comunque distesa su quel tappeto che da Tom Waits arriva fino a Joe Henry e si ferma qui e là nella letteratura, più inglese che americana, più Dickens che Steinbeck. Già, Tom Waits. Molti accusano Vinicio Capossela di ispirarsi troppo frequentemente a lui, in un gioco di rimandi e confronti spesso puerile e fine a se stesso.

Lui, che è troppo perso nel suo mondo per essere capace così chirurgicamente di copiare un modello, stavolta risponde dicendo che «in questo album c’è più Broadway Danny Rose di Woody Allen che Tom Waits», riferendosi al film del 1984 in cui un gruppo di vecchi artisti del varietà ricorda le stranezze della carriera. Esatto: il nuovo disco di Capossela è una carrellata di mostri, ognuno dei quali è un paradigma della realtà, la studia senza nominarla mai. Avete presente il freak show, quell’esibizione di mostri, di maiali a due teste, uomini con tre gambe, feti abnormi, animali deformi? Ecco. «Dentro ognuno di noi - dice adesso - ci sono la donna barbuta e altre mostruosità: è aberrante ma è anche ciò che ci rende unici». Qualche settimana fa ha presentato il suo disco al Teatro Verdi di Milano, salendo su di un palco che sembrava un Barnum affollato da stramberie e da quegli strumenti che lui chiama «strumenti inconsistenti» e che si ascoltano anche nel disco: theremin, toy piano, il mighty Wurlitzer, mellotron e optigan, tanto per citarne qualcuno. Con loro, e con un piano Tallone (dal nome dell’accordatore di Benedetti Michelangeli che lo inventò), nel cd Da solo Capossela ha suonato e cantato dodici brani che sono, dallo splendido Il gigante e il mago fino alla surreale Il paradiso dei calzini o alla nebbiosa Vetri appannati d’America, il vademecum per circolare nel nostro mondo senza lasciarsi abbrutire dalla quotidianità, comunque sia. D’accordo, lui, nella sua metrica contorta e fantasiosa, dice che questo è «un disco di inni per quando la battaglia è già persa ma della quale si conserva l’epica. E insegna a mettersi in relazione con cose più grandi di noi». Ma, ingombranti visioni a parte, nel disperato bisogno di un focolare che si respira in tutte le canzoni, c’è la ricetta poetica ed esistenziale di uno dei rari cantautori italiani capaci di raccontare il nostro mondo e i suoi guai rimanendone fuori, chiamando ancora Mesopotamia il Medio Oriente o citando i desueti Racconti dell’Ohio di Sherwood Anderson. E invitando un mago ad esibirsi con sé durante i concerti, come a portarsi dietro la via di fuga per tornarsene dove il benedetto inverno non è ancora sparito e la ricerca del calore è, in fondo, la ricerca della vita.