Capossela suona col morso della «Taranta»

Spesso viviamo rielaborando antiche leggende del blues e del folk americano (il bluesman che vende l’anima al Diavolo sta alla base dell’iconografia rock) dimenticando la nostra ricca cultura popolare. Ma anche i nostri artisti tornano sempre più spesso alle radici tradizionali, come accadrà stasera a Melpignano, in provincia di Lecce, dove non meno di 100mila persone festeggeranno - sullo sfondo dell’ex convento degli Agostiniani - la «Notte della Taranta». È l’atto finale del grande festival dedicato alla «pizzica» salentina. Siamo sempre in tema «diabolico», perché la pizzica si trasforma nella cura che guarisce la donna dal morso della tarantola. Per liberarsi dal veleno la vittima deve ballare come un ossesso al ritmo frenetico dei tamburelli.
Con gli anni la Taranta, senza tracimare dalla sua foce, ha unito la forza mistica del passato con i suoni del presente (un po’ come il blues, tanto per rimanere su binari paralleli)e ha affascinato artisti come Mauro Pagani (che da solo, e in coppia con De André, è stato un pioniere della nostra musica etnica) che sarà il Maestro concertatore della serata. Gli strani incroci sonori di questa notte un po’ folle vedranno protagonisti superospiti come Richard Galliano (che con la sua fisarmonica spazia dal jazz alle opere di Piazzolla, dai suoni classici alla canzone d’autore francese) e la cantautrice del Mali Rokia Traorè. Affascinato da tutto ciò che fa crossover, non poteva mancare Vinicio Capossela (segno tangibile dell’interesse dei cantautori più innovativi e fuori dagli schemi) che tra l’altro canterà la sua provocatoria Il ballo di San Vito, così come Caparezza che, unendo presente e passato insieme agli Après la Classe, eseguirà alcuni suoi brani come Vieni a ballare in Puglia e pezzi classici come Salentu. Rappresentanti della nuova tradizione i Sud Sound System, volando sopra ogni distinzione di genere e stile, viaggeranno tra loro composizioni dal sapore folk rap come Dammene ancora, temi dialettali come Lu Santu Paulu e Le radici ca tienì, passando per una intrigante rilettura di È festa della Pfm. L’antico inno Damme nu ricciu interpretato dai Radiodervish (il pugliese Michele Lobaccaro e Nabil Salameh di origine palestinese) è ulteriore testimonianza del fascino e dell’attualità di questa musica genuina ma sempre più vicina alla sensibilità del rock.