La cappa d’ipocrisia rossa

C’è un’opprimente cappa di ipocrisia che grava sul Paese e ne mina la struttura democratica poggiata sulla divisione dei poteri in uno Stato di diritto. Romano Prodi, i Democratici di Sinistra e Francesco Rutelli, con diverse modalità, ne sono i maggiori responsabili. Vediamo perché.
Con la sua lettera aperta pubblicata su La Stampa dell'altro giorno Romano Prodi dimostra la propria inadeguatezza a guidare un grande Paese industrializzato, cedendo spesso alla moda qualunquista e affaristica secondo cui la politica deve interessarsi solo dei massimi sistemi senza guardare da vicino tutte le grandi operazioni economiche che incidono sulla vita e sul futuro del Paese, darne il giudizio che le compete e all'occorrenza, favorirle od osteggiarle. Gli assetti del sistema finanziario e produttivo dell'Italia, dunque, secondo la teoria di Romano Prodi, dovrebbero essere di esclusiva competenza di quel gruppo di potere economico la cui forza sta più nel controllo dell'informazione che non nella sua capacità di creare valore aggiunto e ricchezza da distribuire al Paese.
E la politica dovrebbe di conseguenza fare ancora altri passi indietro. È bene, forse, essere ancora più chiari su questo punto. Tra il potere del salotto che buono non è e la forza creativa del sistema delle medie e piccole imprese Romano Prodi sta con il salotto buono, con le banche e i loro giornali, noi con il sistema delle imprese.
Leggendo la sua lettera qualcuno potrebbe pensare che il professore bolognese sia poco più che un ingenuo o un utopista. Un sospetto legittimo se il professore Prodi non fosse stato per sette anni alla guida della Commissione Europea circondato, giorno e notte, dai più grandi lobbisti del mondo. Quella politica, quella sua politica, si interessava delle grandi questioni economiche sì o no? Ci risponda gentile professore. E se ciò era legittimo per la sua Commissione Europea, perché non dovrebbe essere legittimo per i governi nazionali e per le varie forze politiche che ne rispondono direttamente al Paese? La verità che Prodi tace è tutta un'altra. La politica deve non solo vigilare perché le regole del mercato fissate dai trattati e dalle leggi siano rispettate ma deve anche poter favorire o contrastare processi economici tutelando l'interesse generale del Paese e non quello dei singoli gruppi di potere. Di quelle eventuali azioni, la politica risponde sempre davanti al popolo sovrano sottoponendosi al suo giudizio nelle varie e ricorrenti elezioni.
La finanza, al contrario, è autoreferenziale e spesso sottrae ricchezza al lavoro e qualità alle merci arricchendo piccoli gruppi di potere. Governare il Paese, vigilare sui processi economici non sottraendosi al giudizio di merito ogni qualvolta l'interesse generale lo richiede e il rispetto delle leggi non sono in contraddizione tra loro. Anzi, tutte e tre le azioni sono essenziali perché la società non diventi una giungla in cui vige la regola del più forte o del più furbo. È questa la democrazia, non altra. Prodi tutto questo lo sa perché ha fatto il presidente dell'Iri, il presidente del Consiglio e il presidente della Commissione Europea. Se lo tace al Paese, lo fa o per ipocrisia o per affondare la lama nel torace del suo più forte alleato, i Democratici di Sinistra. A questo stesso giudizio non si sottrae il gruppo dirigente dei Democratici di Sinistra. Una grande forza politica che ha le mani pulite (che boomerang il giustizialismo qualunquista!) avrebbe il dovere di difendere l'azione politica di sostegno fatta nei riguardi dell'Unipol, espressione finanziaria del mondo cooperativo. Se quell'azione di sostegno è stata fatta, ed è stata fatta, e oggi non la si difende sol perché un'amministratore ha forse tradito la fiducia dei suoi soci, delle due l'una: o il partito dei Democratici di Sinistra aveva finanziamenti occulti dall'Unipol e oggi se ne pente o il suo gruppo dirigente non ha la forza di difendere il diritto dell'Unipol a fare l'Opa sulla Bnl e di tenere testa a quell'intreccio di potere finanza-informazione che tenta di dominare il Paese. In entrambi i casi quel gruppo dirigente non è all'altezza di guidare con mano ferma e coscienza tranquilla un grande Paese come l'Italia. Prodi e i Democratici di Sinistra non hanno neanche il coraggio di ricordare che nel caso della Bnl la coppia Abete-Della Valle ha fatto il giro di tutte le chiese politiche per perorare la causa degli spagnoli del Bbva e quella del proprio tornaconto. Cosa facevano, ad esempio, la sera del 26 ottobre Abete e Della Valle a cena sulla terrazza dell'Eden a Roma insieme a Clemente Mastella e Giulio Tremonti? Parlavano di donne e di cavalli, della legge finanziaria o della Bnl e della esigenza di affossare l'Unipol e la sua Opa? Perché ciò che è legittimo per Mastella non lo è per i Ds? Aspettiamo risposta, sempre pronti a fare ammenda. Ed infine Rutelli.
I suoi silenzi dall'isola di Mauritius sono più assordanti della sgangherata predica prodiana. Rutelli sa i problemi finanziari dei partiti come sa quanto è duro «lo scendere e salir le scale altrui» allorquando frequentava la segreteria politica del partito socialista di Bettino Craxi. E sa bene anche quanti sforzi ha compiuto in questi mesi per dare una mano alla coppia Abete-Della Valle. Il suo viaggio americano probabilmente è stato per lui la strada di Damasco, ma il suo sgomento e il suo imbarazzo puzzano lontano un miglio di opportunismo mediocre non all'altezza delle sue crescenti aspirazioni e men che meno dell'alto profilo istituzionale che si richiede a chi si candida a governare il Paese. Prediche, ipocrisie, silenzi sono una miscela politicamente molto più devastante delle ruberie che emergono nel mondo della finanza che pure vanno rapidamente isolate e punite chiedendo ai responsabili di andare composti dinanzi ai tribunali della Repubblica. Chi si è macchiato di colpe scomparirà, ma il danno che producono forze politiche incerte, balbettanti e ipocrite è troppo grande e rischia di pagarlo l'intero Paese.