Cappa di silenzio sui nostri militari

Poveri soldati italiani. Per colpa di ordini ottusi, influenzati dai timori politici di una maggioranza politica traballante, non è più possibile seguire le nostre truppe impegnate in Afghanistan e scrivere un reportage degno di questo nome. La zona di Farah, nella parte occidentale del Paese, dove i nostri combattono le infiltrazioni dei talebani è assolutamente off limits. L’unica alternativa è andare al Prt (Provincial reconstruction team) americano, ma senza speranza di vedere gli italiani neppure con il binocolo. Al massimo si può vincere un viaggio premio a Herat, dove ti mostrano quante caramelle portiamo ai bambini, o sorvolare Farah in elicottero. Il giornalismo embedded, come fanno americani, inglesi, canadesi su fronti ben più caldi, per il nostro ministero della Difesa è un tabù.
Addirittura tragicomica l’esperienza con il contingente italiano a Kabul. Nonostante gli accordi presi in partenza a Roma e le precise richieste espresse al comandante di Italfor, oltre due settimane fa, non è stato possibile realizzare un solo servizio decente. Ovviamente vengono trovate le scuse più varie, come tempistica per le operazioni, Capodanno afghano eccetera, ma la verità è che non si doveva portare un giornalista a seguire una missione operativa prima del fatidico voto al Senato sul rifinanziamento delle missioni all’estero.
Il poco utile addetto alla pubblica informazione delle nostre truppe aveva proposto al Giornale un giretto di pattuglia a Kabul, che posso fare da solo, pacificamente in taxi, senza bisogno di infilarmi in un angusto autoblindo con elmetto e giubbotto antiproiettile. L’altro ieri, dopo decine di telefonate, sembrava che si potesse seguire almeno l’addestramento delle truppe afgane affidato agli italiani. Pochi minuti prima dell’appuntamento, il solito poco utile portavoce del contingente mi chiama facendo saltare l’appuntamento, perché è scoppiata una trappola esplosiva, sette chilometri a Sud di Kabul. Ovviamente mi precipito sul posto. Ma qui trovo solo alcuni soldati francesi e dei poliziotti afghani attorno a un cratere sul lato della strada. L’ordigno deve essere esploso al momento sbagliato e sembra che sia successo poco o niente.
In teoria sarebbero dovuti arrivare sul posto in forze anche gli italiani, ma dei nostri neppure l’ombra. Rientrando verso Kabul incrocio finalmente la colonna tricolore con tanto di autoambulanza blindata, che a un chilometro dal fallito attentato blocca tutti, compreso il sottoscritto. Per avvicinarmi ai soldati devo alzare le mani e sventolare l’accredito della Nato urlando in italiano. Tenuto a debita distanza, chiedo di parlare con il comandante della colonna, ma non c’è verso.
Telefono al poco utile portavoce italiano chiedendo il permesso di aggregarmi alla colonna per tirarne fuori un racconto. L’ufficiale prima si arrampica sugli specchi e poi cede, ma per dire che non è possibile. Blatera solo qualche frase sulla libertà di movimento della stampa, che viene smentita dai fatti. I soldati italiani infatti mi vietano addirittura di tornare sul luogo dell’esplosione, dove li avevo anticipati un’ora prima. Niente male come apertura ai giornalisti: andando avanti di questo passo sarà sempre più difficile spiegare ai lettori perché siamo in Afghanistan. Che sia proprio questo l’obiettivo del governo?