Capricci e depravazione nella Russia degli zar

C’è molto della barbarie di cui è capace l’essere umano e bastano poche pagine per felicitarsi con se stessi di non essere nati in quel luogo e in quel tempo. Siamo in Russia, precisamente a San Pietroburgo, nel 1710, ai tempi dello zar Pietro il Grande, maniaco e folle, che si svagava cavando denti al malcapitato di turno, e di sua sorella Natal’ja. Lorenzo Beccati, l’autore di «74 nani russi», si affida a documenti e ricerche per una ricostruzione storica raccapricciante quanto veritiera. Che, nel racconto attraversa vari generi e non è adatta a tutti i palati. Beccati, che ha firmato diversi programmi televisivi da «Drive In» a «Striscia la Notizia», non è nuovo alla scrittura, anche di thriller storici come «Il guaritore di maiali», «Il mistero degli incurabili» e «L’uccisore di seta» (tutti per Kowalski editore). Qui, in 171 pagine, s’inoltra con una disinvoltura non comune fino alle radici del male che abita nell’uomo. Quella pulsione demoniaca che in certi tempi e certe culture riesce a manifestarsi in maniera corale con una crudeltà che sconfina nel compiacimento. Al contrario, nella postfazione l’autore ricorda a chi sperava il contrario, che la vita di corte era proprio come la descrive, e il buffone Jakim il nano è esistito davvero. Così come il suo bizzarro matrimonio, sulla preparazione del quale si snoda la vicenda narrata. Una serrata caccia all’uomo condotta dal principe Romodanovskij su richiesta della sorella dello zar per mettere in scena il buffo e crudele matrimonio tra due nani della corte, con invitati nani vestiti come i dignitari. Lo scopo? Il divertimento dello zar, appassionato di mostruosità, collezionista di feti malformati di ogni specie animale, e annoiato dalla vita di palazzo. Che si diverte facendo scondinzolare i nani giullari che tratta come animali domestici a cui non lesina un calcio ben assestato sul muso. Così nella Russia di tre secoli fa ogni capitolo è come un quadro doloroso: scene di crudeltà, depravazione, sfruttamento si ripetono nella normalità quotidiana dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Una Russia in cui è normale sfogare frustrazioni e cattiverie su chi si trova per destino a un gradino inferiore. In cui nel carrozzone allestito per la caccia a tutti i possibili nani del regno, gli individui cacciati e catturati vengono sballottati come bestie ferite, dovendo ricacciarsi in gola quel dolore che strazia carni e anime.
C’è un crescendo di degradazione, un lento sprofondare nell’abisso che sembra non finire mai. E dove il lettore sensibile non può non soffrire mentre partecipa dei sentimenti delle creature martoriate, prima dal destino e poi dai propri simili.
Ma il finale che Beccati ci regala, ripaga - in buona parte - il disagio che - è bene dirlo - trasmette la lettura. L’intuizione dell’autore - e la profonda novità del suo romanzo - è poi quella di fornire al racconto una scrittura moderna, immediata. Perché no? televisiva. Dove tutto è svelato, minuziosamente. Descritto come nel capitolo «settimo, ottavo, nono nano», dove c’è Ilyena nana da bordello, «incaricata di ispezionare le parti intime delle puttane, per poi comunicare alla padrona se siano infette...». E dove «occasionalmente, la nana è richiesta da qualche pervertito che così ha l’illusione di fare giochini con una bambina». O come Igor il nano, sarto strappato al lavoro, inconsapevole vittima di un tentativo di fuga dal carrozzone. Alla fine «i nani sono frustati a sangue senza risparmiare né forza, né donne, né volti. E non ci sono innocenti neppure il povero e ignaro sarto». La fine, dicevamo - non certo il lieto fine, che non si addice a questo racconto - è cercata nel solco dell’intera opera. Dove non c’è rivincita. Ma il coraggio, certo non manca. Il libro sarà presentato domani alle 17.30 in via Balbi 2 nell’Aula Magna dell’Università con il Circolo dei Buonavoglia e Silvio Ferrari.
«74 nani russi» di Lorenzo Beccati, Internos edizioni, pagg 171, 16 euro