Le capriole snob del filosofo all’Eliseo

Ipocrisie da grandeur: Bernard-Henri Lévy prova a smascherare il colonialismo d'oltralpe. Le guerre altrui? Insensate

La guerra sarà anche una cosa troppo seria per lasciarla in mano ai generali, ma non è un buon motivo per metterla in mano ai filosofi, nuovi o vecchi che siano. Sul Corriere della Sera di ieri, Bernard-Henri Lévy, che è un curioso concentrato di Tartarino di Tarascona e André Malraux, nonché il più ascoltato consigliere del presidente Sarkozy sulla questione libica, ha voluto spiegarci le ragioni dell’intervento. Letto l’articolo, si capisce meglio perché non si sarebbe dovuto intervenire...
Scrive Lévy che i «libici liberi» oggetto della repressione gheddafiana, «non sono degli angeli», «non sono democratici alla Churchill», alcuni sono stati persino «servitori e debitori» del raìs, e tuttavia «sono in cammino verso una democrazia di cui stanno reinventando, a grande velocità, i principi e i riflessi». Da dove egli tragga questa convinzione, non è dato sapere e infatti più che un ragionamento è un atto di fede, sotteso al quale c’è la curiosa affermazione che «saranno sempre meglio di un dittatore psicopatico che dell’apocalisse aveva fatto la sua religione». Bisognerebbe ricordargli che non si può essere psicopatici a corrente alternata e che dall’Onu all’Eliseo, e nemmeno tanto tempo fa, lo psicopatico in questione veniva ricevuto con tutti gli onori, gli si stringeva la mano, si facevano affari.
Dice Lévy che questa guerra «si appoggia su un’insurrezione nascente, cioè permette, e permette soltanto, ai liberatori di fare il loro lavoro di liberatori e aiuta, quindi, nella circostanza attuale i libici a liberare la Libia». Impedisce quindi «una guerra contro i civili», e non vedrà «nessun soldato occidentale» posare «un piede su suolo libico». Dunque, «il contrario di una spedizione coloniale».
Detto questo, tuttavia, un paio di paragrafi dopo, Lévy sostiene il suo esatto contrario. Ammettiamo infatti un cessate il fuoco, un ritirarsi di Gheddafi in quel di Tripoli, una nazione più o meno divisa fra ribelli e regime. Che si fa? Tartarino non ha dubbi. «Non si può pensare che la comunità internazionale faccia lo stesso errore che fece con Saddam Hussein, lasciando intatta, vent’anni fa, dopo la Prima guerra del Golfo, la sua capacità di nuocere, e di agire in maniera criminale». Bene, e allora, e tralasciando il suo aver definito, a inizio articolo, «insensata» la guerra in Iraq, di nuovo, che si fa? Perché il suo stentoreo grido «Gheddafi, vattene!» non sia pour la galerie, come si diceva per gli attori tromboni a teatro, come si manda via il tiranno? Lo si bombarda sino a sfinirlo, lo si fa assassinare, si invade militarmente il Paese con truppe di terra, si procede a una rieducazione forzata e però democratica della parte refrattaria?
È un dato di fatto che dell’insurrezione in Cirenaica si sa poco, se non che ha a che fare più con questioni tribali e geografiche che con linee politiche e ideali. È sicuramente vero, come ha notato l’ex ambasciatore Boris Biancheri sulla Stampa, che difficilmente il Consiglio rivoluzionario di Bengasi potrà essere altrettanto autocratico e assoluto di Gheddafi, ma resta da chiedersi se, e seguendo la logica dell’«interesse nazionale», convenga all’Italia un interlocutore fragile e minoritario rispetto a uno indebolito ma che controlla comunque la maggioranza della nazione.
Ciò che Lévy ipocritamente sorvola nel suo articolo è che se siamo di fronte a un «intervento umanitario», non si capisce il criterio per cui alcune popolazioni ribelli meritano di essere aiutate e per altre invece è consentito il «lasciar fare». E se dietro l’«umanità» dell’intervento c’è invece una logica geopolitica e di potere economico, non si comprende come se ne possa negare la componente di guerra para-coloniale.
Il presidente francese Sarkozy ha molto da farsi perdonare dai suoi connazionali. Gli intrecci affaristico-scandalistici con la Tunisia di Ben Alì e l’Egitto di Mubarak, il fallimento della sua Unione del Mediterraneo. È comprensibile che se li voglia lasciare alle spalle, e con essi i non esaltanti risultati in politica interna che le ultime elezioni cantonali hanno vistosamente confermato. Ma, di là dall’avergli dato un’italiana come «Première dame» della Repubblica, l’Italia non è la Francia, per fortuna nostra e per fortuna loro, e la Libia ci riguarda molto più da vicino di quanto non riguardi i nostri cugini d’oltralpe. Stando così le cose, evitando la logica del «flettere i muscoli» e mettendo il più possibile la sordina all’ipocrita definizione di «peace keeping» con la quale si copre ogni vergogna e ogni mascalzonata più o meno lecita, cerchiamo di non andare al rimorchio di chi comunque marcia per conto proprio. Quanto a Lévy, male che vada, ci scriverà sopra un altro libro. Come sempre, faremo a meno di comprarlo.