Il capro espiatorio dell’Europa

Nell’ombra gigantesca dell’Affaire Dreyfus, il primo a scomparire, a essere inghiottito, è stato proprio Alfred Dreyfus. Perché tanto il suo processo e la sua condanna sono assurti a simbolo dell’epifania di un antisemitismo che, alla fine dell’Ottocento, spianava la strada all’orribile cavalcata del Novecento, tanto la sua vita e la sua infamia sono state cancellate dal peso del simbolo.
Così tutti ricordiamo il J’accuse di Zola e le battaglie politiche e intellettuali, ma nessuno conosce i 40 gradi all’ombra in cui sopravvisse per cinque anni il prigioniero, non più capitano dell’esercito francese, Alfred Dreyfus, il sangue che gli colava dalle caviglie strette dai ferri, le lacrime e la vergogna di cui erano impastate le parole che scriveva alla moglie Lucie, la madre dei suoi due figli Pierre e Jeanne, la donna con cui viveva in una mediocre serenità borghese spezzata per sempre dai gendarmi che vennero ad arrestarlo il 15 ottobre 1894. Da quel giorno l’anonimo capitano di artiglieria, accusato e processato per spionaggio a favore della Germania, ma ancor più perché, ebreo, predisposto a diventare il perfetto capro espiatorio di una colpa di cui l’intera Europa è già pronta a macchiarsi, da quel giorno l’uomo Dreyfus diventa il protagonista vivente, sulla sua pelle e sul suo onore, di un processo kafkiano.
Ma anche e soprattutto, la lettura di questo straordinariamente normale diario di prigionia che è Cinque anni all’isola del Diavolo, ripubblicato oggi dalle Edizioni Medusa, consegna la storia di un uomo che all’ora si chiama Alfred Dreyfus e che circa ottant’anni dopo si chiamerà Enzo Tortora o uno qualsiasi degli innumerevoli innocenti ignoti di cui si sono riempite le carceri della storia; così come la sofferenza e l’ignominia di cui grondano queste pagine non hanno nulla da invidiare a quelle che, nel Novecento, ci racconteranno l’Arcipelago Gulag di Aleksandr Solzenicyn o i Racconti di Kolyma di Varlam Salamov, dove il dolore dell’uomo, proprio perché così profondamente e unicamente personale, diventa paradigma della sofferenza universale.
Ecco allora le pagine dello sconcerto e dello sbigottimento che chiunque di noi avrebbe provato, al posto suo, trovandosi gettato, da un momento all’altro, senza un ragionevole perché che non trascenda la sua esistenza, dal benessere della sua casa di Parigi al mal-essere dell’inferno della Guayana francese, numero tra altri numeri; ecco le parole della miseria e della disperazione, dei lamenti e delle illusioni, di chi, di fronte ad altri uomini, non è più uomo, eppure non si rassegna a esser diventato una bestia trattato come tale dalla stupidità animale delle guardie; ecco la cronaca di una discesa agli inferi e di una lenta, dolorosa risalita verso un triste purgatorio che non potrà mai ricompensare il paradiso perduto, che si legge come un romanzo. In cui, finalmente, per la prima volta, l’Affaire Dreyfus scompare, Zola è soltanto un nome in mezzo agli altri anche se più caro, la Storia della Francia, dell’Europa, dell’Ebreo si ritrae e resta soltanto la vita per cinque anni maledetta di monsieur Dreyfus, la vittima che qualsiasi innocente può diventare.

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