Caprotti: "Grazie lo stesso ma non accetto l’Ambrogino"

IL PERSONAGGIO Un imprenditore controcorrente. Il patron di Esselunga si sfila e rifiuta il premio più importante della
città. "Non è mia abitudine dire sì a questi riconoscimenti"

Quattro righe scarse di comunicato ufficiale Esselunga. E il suo nome e cognome ripetuti due volte a tradire un capitalismo paternalista e familiare che ricorda tanto i mai così rimpianti anni dei boom economici che hanno fatto grande l’Italia e felici gli italiani. «Bernardo Caprotti ringrazia di cuore chi lo candida, ancora una volta, all’Ambrogino d’Oro. Ne è molto grato, ma non è abitudine di Bernardo Caprotti accettare questo tipo di riconoscimenti». Stop. Come a dire basta chiacchiere che qui c’è da lavorare. Nella miglior tradizione lombarda. Meno di un telegramma allora per declinare quello che in pochi declinerebbero, in un Paese in cui un titolo da dottore e un’onorificienza non si negano proprio a nessuno. Perché l’Ambrogino d’oro è quello che nella vulgata dei milanesi diventano le civiche benemerenze assegnate il 7 dicembre. E mister Esselunga quest’anno era finito nel gossip che precede le interminabili riunioni dell’ufficio di presidenza del consiglio comunale chiamato a decidere le poche grandi medaglie d’oro, le 30 medaglie d’oro e i quaranta attestati da assegnare ogni anno. Una candidatura, quella di Caprotti, sponsorizzata dal Pdl pronto a sottoporla all’apposita commissione presieduta dal presidente del consiglio comunale Basilio Rizzo e composta da quattro componenti dell’ufficio di presidenza e dai capogruppo di tutti i partiti presenti in aula. Da sinistra i mugugni s’era presto alzati. «Sapevo che finiva così - s’era lamentato su Facebook il consigliere di Sinistra ecologia e libertà, l’avvocato Mirco Mazzali - Per l’Ambrogino uno nomina l’alpino morto, l’altro Caprotti, un altro il gioielliere ammazzato da Battisti, poi si trovano e fanno il mercatino. Quindi non candido nessuno. Se avessi candidato Che Guevara, se avesse visto che era in ballottaggio con mister Esselunga, mi avrebbe ammazzato... Giustamente».
Ma Caprotti ha detto di no. Grazie. Come del resto aveva già fatto nel 1997 quando a candidarlo era stata la Lega Nord con Matteo Salvini. Se me lo danno non vado a ritiralo, aveva minacciato lui che la sua fortuna se l’è costruita con il sudore e col silenzio. Classe 1925, da Albiate Brianza, giovane rampollo di famiglia agiata, il nonno industriale del tessile e commercio di cotone, avrebbe potuto vivere di rendita. E, invece, negli anni Cinquanta parte per gli Stati Uniti a capire come funziona la grande distribuzione. Mattoni di conoscenza su cui ha costruito un impero, rivoluzionando il modo di vendere. E di trattare i dipendenti. L’azienda? «È una comunità - disse una volta in un’intervista a Tempi - Perché, vede, le aziende sono i monasteri della nostra età». Il consumatore? «È il sovrano del mercato».