Capuozzo: «Lerner? Il più cattivo dei buonisti Santoro fa il militante»

È proprio come immagini un uomo di azione in una pausa novembrina della sua esistenza avventurosa.
Toni Capuozzo, il conduttore di Terra, il settimanale del Tg5 di cui è anche vicedirettore, siede al bar all’aperto incurante del vento, del turbinio di foglie, del cielo rannuvolato. Indossa un giaccone di pelle come quello che porta Rosy Bindi in Parlamento ma che a lui sta bene. Ha il pacchetto di Marlboro sul tavolino e fuma a buon ritmo. Accanto a Toni, infreddolisce un sedentario col blocchetto in mano che sono io.
«Di passaggio a Roma tra una guerra e l’altra?», chiedo.
«Non amo la retorica dell’inviato di guerra. Non sono un mercante d’armi che aspetta i conflitti per prosperare. Per raccontare bene una guerra, bisogna saper raccontare anche i posti in cui non succede niente», dice e ordina un ginseng caffè.
«Ti consideri il numero uno degli inviati di guerra?».
«Non mi sorprende la notorietà, che ho raggiunto in tarda età ed è fugace, ma l’intensità del rapporto con la gente. Non sono visto come una star, ma come uno normale. Sono il più normale tra gli inviati».
«C’è una nuova carneficina in Congo».
«Se scoppia un conflitto, non fremo per andarci. Sono sempre pronto, questo sì. In redazione ho sacco a pelo e valigie a portata di mano. Ma l’idea di uno che aspetta una disgrazia per farsi di adrenalina è un po’ iettatoria».
«Papà napoletano, mamma triestina. Cosa c’è più nel tuo dna?».
«Mi sento entrambi. L'accenno che ho fatto allo iettatorio è napoletano. La passione dei viaggi è triestina. Mio nonno andava per mare e mia nonna faceva la cameriera sulle navi del Lloyd. Non ho radici. Mi ha facilitato nel viaggiare», dice con l'accento terragno del Friuli dove è nato e vissuto. Del veneto ha anche i colori. Baffetti biondi, occhi giallo-verdi. Dei capelli non saprei dirvi. Ne ha pochi e quei pochi rasati, su una testa a palla di biliardo. Probabilmente sono grigi. A dicembre Toni ne fa sessanta.
«Hai due figli e per qualche anno hai allevato un bimbo di Sarajevo, orfano di madre e mutilato».
«Un affido protratto. Con me, è stato cinque anni prima di tornare con suo papà. Sono sempre a Sarajevo per il suo compleanno. Ora ha 15 anni ed è più alto di me. L’ultima volta gli ho regalato il telefonino».
«Come sei finito nel giornalismo di guerra?».
«Dopo la laurea e la leva ho cercato di imbarcarmi. Non ci sono riuscito, ma sono andato negli Usa per nave. Poi nel Centro America. In Nicaragua c’era la rivoluzione e mi sono intrufolato. Ho scritto sei quadernetti di appunti. Sono volato a Roma e li ho dati a Saverio Tutino di Repubblica che era stata fondata da poco. Non furono pubblicati. Mi offesi, ma Tutino mi incoraggiò e ho cominciato a frequentare le redazioni».
«Tra gli inviati c’è molto antiamericanismo».
«Corre il pregiudizio che il grande giornalismo sia di sinistra e che per essere bravi e impegnati si debba essere di sinistra. Di qui, l’antioccidentalismo».
«Invece?».
«Se vai in un posto a cercare quello che hai già in testa, non sorprenderai mai il lettore. Il conformismo è la malattia del giornalismo italiano».
«I più sono filo palestinesi e incolpano Israele».
«I guai dei palestinesi poggiano sui palestinesi stessi. Ma anche sull’Europa che è complice della loro deriva. Fa come i genitori col figlio drogato che accusano la società, gli amici ecc. Se non si fosse giustificato il terrorismo dei palestinesi con le loro condizioni, non sarebbero finiti mani e piedi con Hamas. Se avessero avuto un Gandhi sarebbero fuori dalla merda da tempo».
«C’è filo arabismo anche a destra».
«Tra i giornalisti di destra c’è un senso di inferiorità. Se ragionano con la propria testa sono dileggiati. Se però prendono la posizione “giusta” sono accolti nel tavolo buono. Di qui, le conversioni».
«Ti sei fatto un’idea della bellicosità musulmana?».
«Un conformismo di massa recitato. Quando arriva una tv a un funerale, è tutto un battersi e urlare. Conosco molti islamici che la pensano all'opposto. Ma in casa loro. L’Islam è frustrato».
«Cioè?».
«Un esempio: Michael Moore, il regista americano ipercritico sugli Usa. Non è amato, proprio perché addebita a Bush l'attacco alle due Torri. Se agli islamici è sottratta anche la “gloria” dell'attentato, vanno in crisi. Tutto diventa Cia, America e quant’altro».
«Sull’anniversario di Nassirya c’è stata pompa ufficiale ma sostanziale indifferenza».
«Per l’Italia, l’Irak è un capitolo imbarazzante. Siamo andati via, mentre oggi che va tutto meglio, potevamo cogliere i benefici della nostra presenza. L’Irak pacificato è fuori dal copione».
«Genova, la città di Fabrizio Quattrocchi, rifiuta di dedicargli una strada».
«Una vergogna. Gli elementi che ho raccolto rendono verosimile la sua frase: “Vi mostro come muore un italiano”, anche se poi non è vero che tutti gli italiani sono così. La prova è che non è uscito il filmato della morte. Non era funzionale ai fini dei terroristi che hanno invece mostrato i video degli ostaggi piangenti o tremanti», dice Toni con la voce calma di chi le ha viste tutte e non si meraviglia di niente. Si libera di una foglia che il vento gli ha gettato sul giaccone e accende la decima sigaretta.
Quale inviato di guerra ti è più affine?
«Ettore Mo. È mite, perbene, lontano dalla politica. Il contrario di un Rambo. È vivo perché in genere sparano ad altezza d'uomo (Mo è graziosamente corto come il suo cognome, ndr)».
Eri di «Lotta continua». In che rapporti sei con gli ex?
«Di affetto, con molti. Con altri, di affettuosa distanza. Diversi hanno chiuso con me perché lavoro in Mediaset».
Chi?
«Gente che a distribuire volantini nelle fabbriche non c’era mai e che oggi è impegnatissima nei girotondi».
Che ricordi hai di Lc?
«Non ne sono fiero, ho combinato fesserie, per fortuna non gravissime. Oggi, essere di sinistra è una sinecura. Esserlo ai miei tempi significava stare nelle osterie con gli operai. Se possedevi un appartamento, dovevi metterlo in comune. Ora nessuno ti chiede quanto hai in banca. Un tempo ci voleva coerenza tra vita e idee che professavi. Oggi, non costa niente. Anzi, ne hai dei vantaggi».
Dicono che sei berlusconiano.
«Non ho le stimmate dell’arricchito. Basta vedermi. Non sono berlusconiano e nessuno me lo chiede. La politica non mi piace e non vado a votare».
Il coautore di Terra, il mitico Sandro Provvisionato, è di sinistra. Riuscite a convivere?
«Sandro è intelligente e disincantato. Concordiamo nel non fare un giornalismo a tesi, né di destra, né di sinistra».
Carelli, direttore di Tg24, tra i fondatori del Tg5, dice che oggi il Tg5 è stanco, troppe vecchie facce.
«Un Tg nato con venticinque-trentenni, 20 anni dopo sono per forza cinquantenni. Tutto il giornalismo italiano è vecchio. Io rischio di essere il teen ager degli inviati. Tra i giovani - precari e con meno letture alle spalle - è difficile trovare personalità forti».
Sposini, altro cofondatore del Tg5, dice che solo Mentana, tra i direttori del Tg, ha respinto le ingerenze politiche.
«Mentana ha fatto un Tg irripetibile. Non può neanche essere preso come pietra di paragone. Lo considero un maestro e il mio direttore per eccellenza».
Il migliore potenziale direttore di Tg?
«Mentana, anche se, per sensibilità, è più lontano dalla politica che oggi nei Tg è preponderante».
Il tuo Tg?
«Il Tg2. Non per ragioni tecniche. È il più consono ai miei orari. Non amo particolarmente nessun Tg».
I tuoi giornali?
«Il Corsera, era il giornale dei miei e lo leggo da bambino. Il Foglio, acuto e controcorrente. Herald Tribune che ha notizie di tutto il mondo».
Il giornalista tv più efficace?
«Santoro. Il suo è un signor giornalismo militante».
Meglio di Floris?
«Floris è ordinato e perbenino. Santoro un mattatore».
Vespa?
«Da lui sono passati accordi e intese più che in Parlamento. Il suo è il miglior giornalismo curiale. Non è però il mio genere».
Matrix di Mentana?
«Sempre sorprendente. Passa dalla politica a Valentino Rossi. Il più brillante di tutti».
Fazio e Lerner, l'ex Lc?
«Fazio è simpatico di faccia, ma mieloso. Lerner è un agit prop della correttezza politica. Sfonda porte aperte con temi come pace razzismo, ecc. Ma non è mieloso. Il più cattivo tra i buonisti».
Tra le donne?
«Apprezzo Gabanelli. La vedo solo quando mi interessa il tema. Mi piace la scrupolosità».
Il personaggio tv che, se lo vedi, ti fermi a guardarlo?
«Marco Paolini. Ho visto la sua ricostruzione del Vajont. Solo sul palco, senza scenografia, per ore. Straordinario».
Il politico più efficace in tv?
«Sfonda il video, Roberto Cota, della Lega. L'ho visto da Santoro, solo contro tutti. Ottimo».
Quali invece ti fanno cambiare canale?
«Una larga schiera».
Un nome.
«Mastella, il prototipo del politico parolaio. Non volevo dirlo perché è in disgrazia e oggi mi è diventato simpatico. Ha pagato con gli interessi».
Dopo tanti anni, cosa pensi del giornalismo?
«È stata una buona scusa per viaggiare».