Caputo: «Il nostro errore? Il no a Veronesi»

Gianandrea Zagato

«Il risultato elettorale si spiega anche con l’eterno vizio della sinistra milanese: essere girotondina e salottiera. In pochi abbiamo fatto una campagna old style tra mercati, condomini e case popolari. Tanti, troppi candidati si sono occupati di cercare invece preferenze all’interno: partiti, sindacati, curia, Sunia, Acli e via dicendo. Non hanno così trasmesso alcun messaggio programmatico che portasse poi a una convinzione dell’elettorato». L’ex azzurro Roberto Caputo, oggi consigliere provinciale Margherita, vorrebbe che la sua «amarezza personale», di chi ha «perso e pesantemente» divenisse «stimolo alla riflessione perché non si può più far finta di nulla».
Riflessione pubblica che dovrebbe partire dal caso Veronesi.
«Con Umberto avremmo stravinto. Con lui candidato sindaco, Letizia Moratti non sarebbe scesa in campo. Questo non è però avvenuto. Veronesi è stato costretto a ritirarsi. Si è creato così un vulnus nell’area moderata e riformista. Attenzione, però: Ferrante ha dato tutto quello che poteva dare, è stato un candidato generoso. Ma, ripeto, con Veronesi non ci sarebbe stata partita per la Casa delle Libertà».
Valutazione che ha una sola conseguenza: a sinistra dà sempre fastidio la tradizione riformista.
«Difficile dare torto. La mia vicenda è esemplare. Esponente riformista uscito da Forza Italia potevo attrarre voti dal centrodestra. Progetto politico possibile a Milano: infatti, dietro di me - ero il numero due degli azzurri - c’era un’area riformista disposta a seguire il mio esempio. La risposta? Non mi si è trovato un posto da capolista ma ben più grave si è strumentalizzata quella scelta politica dolorosa che, poi, la faciloneria delle segreterie romane ha sostanzialmente sottovalutato».
Appello, dunque, a meglio interpretare il riformismo pragmatico del Nord?
«La questione milanese è sottostimata dal centrosinistra. Come Salvemini e Gramsci parlavano di “questione meridionale”, noi dobbiamo parlare di questione settentrionale, dove Milano è nodo centrale. Qui entra in gioco Filippo Penati che rappresenta una forte leadership: in grado di scaldare gli animi assopiti della sinistra, vuoi per pragmatismo vuoi per capacità di interpretare le situazioni di sofferenza della città».
Penati, ancora di salvataggio?
«Penati come esempio di una sinistra di governo. Il tema fondamentale, ripeto, dev’essere il Nord. Per far questo serve una classe dirigente non abituata a autoincensarsi bensì capace di guidare i nuovi processi cittadini. Classe dirigente che davanti alla crisi si mette in discussione e non, come accade, fa finta di nulla».