Cara città La vocazione turistica si infrange al bar

Caro direttore, dicono che Genova sia una città turistica. Sarà. Certo a frequentare certi «coffee-bar» il dubbio sale. Così come per l’accoglienza e la buona comunicazione. Mi riferisco ad un piccolo episodio che ho vissuto giorni fa al «Moody» (Pasticceria Svizzera dal 1909). Desidero una specie di aperitivo e qualche «stuzzichino» (si dice così) che solitamente si unisce al calice. Dunque: chiedo un vino bianco. Mi viene servito (fra l’altro da belle ragazze, eleganti e simpatiche). Mi servono uniti al vinello, un piatto di patatine fritte, una fetta di focaccia con le olive. Infine chiedo un caffè accompagnato da un bicchiere d’acqua.
Tutto okay, dico. Ma alla cassa dove vado a pagare, ecco, diciamo, la sorpresa. Un totale di 15 euro e 10 centesimi. Sorpresa certo perché vedo, nella ricevuta, i dettagli: dunque un bicchiere di vino ben 6 euro (il valore di una bottiglia) ben 12mila lire di una volta. Non basta: un caffè ben 2,5 euro (cinquemila lire), 4 euro un piatto di patatine fritte (8mila lire), 2 euro una striscia di focaccia riscaldata. Onestamente ho trattenuto un sussulto. Caro direttore non ti sembra eccessivo tutto ciò? Ho ascoltato, sempre in questo per altro bel locale, altre contestazioni: se chiedi un semplice aperitivo (un «Campari» o un «Crodino») ti costringono a «subire» una serie di piatti per farti pagare una certa cifra. Anche se tu hai solo desiderio di un aperitivo semplice, semplice. È mai possibile in una città che vuole accogliere turisti, soprattutto stranieri? Non è che, di fronte a queste curiose situazioni, il turista magari cambia non solo bar, ma anche città?
P.S. Ti unisco, per curiosità, la ricevuta con i «sorprendenti» dettagli.