Cara Lega, ora c’è bisogno di più Stato

Parlando di presidenzialismo il presidente del Consiglio non ha inteso certamente portare il Paese nelle secche di una riforma costituzionale globale di cui non ci sono le condizioni. La sinistra è troppo divisa in se stessa per poter reggere oggi l’impianto di un dibattito che richiederebbe una diretta legittimazione della maggioranza.
Ma l’elettorato non gradisce nemmeno che l’oggetto della politica diventi solo il federalismo fiscale, come se esso potesse dare un contributo alla soluzione dei problemi che oggi attanagliano il Paese. Il federalismo fiscale è una riforma ragionevole, anche se non è detto che l’ecumenismo del progetto Calderoli sia la vera strada di questa riforma. Lo stesso rifiuto della Lega di accettare l’abolizione delle province mostra che l’interesse del partito di Bossi è quello espresso dagli amministratori locali delle province minori, l’elettorato valligiano in cui maggiormente si fonda la Lega. Se Bossi non ha compreso che i tempi della grande crisi mondiale partiti dall’America comandano in Italia dei provvedimenti a breve termine e non delle riforme di lungo percorso, non ha compreso l’occasione politica che Berlusconi gli ha offerto di giocare un ruolo determinante per lo stesso Nord nel governo del Paese. La finanza mondiale ha accentuato il ruolo dello Stato nazionale, l’unica istituzione che può prendere decisioni riguardanti l’economia del Paese sia nella sfera nazionale che nella sua rappresentanza internazionale.
Le piccole e medie industrie del Veneto hanno problemi di cassa e di mercato, di stabilità sociale. E poiché l’economia italiana respira e vive nelle istituzioni europee e mondiali, è lo Stato che negozia per il sistema Italia nelle sedi decisionali che sono internazionali a cui solo l’Italia come Stato nazionale ha accesso. Il sistema Paese esiste perché l’Europa si è edificata come sistema di nazioni Stato e solo a questo livello è dotata di organismi che possono reagire a livello mondiale.
Il governo Berlusconi gode buona salute nella stima degli italiani, perché ha interpretato con efficacia il sistema Paese di fronte alla globalizzazione che investe a un tempo temi di politica estera, di politica economica e di politica sociale. Esso si è mostrato duttile nel capire il variare dello scenario internazionale. Se la Lega aumenta i consensi, non è dovuto alla bozza Calderoli. Essa non ha soddisfatto nessuno, perché è sembrata piuttosto una spartizione degli introiti del fisco che una limitazione della pressione sui contribuenti. Ha giovato alla Lega invece il ministro Maroni, che ha agito in nome dello Stato sui temi della sicurezza e dell’immigrazione, cioè su competenze che solo lo Stato può affrontare. La crisi mondiale ha creato problemi nuovi nei tempi immediati che cambiano scenario alla politica italiana.
Umberto Bossi era avviato a trattare il federalismo fiscale con l’opposizione oltre i confini della maggioranza di governo, preferendo al bene del governo del Paese la riforma fiscale. Allargando il fronte delle riforme, il presidente del Consiglio ha voluto porre l’accento sul fatto che la riforma deve rafforzare il governo centrale e per questo ha posto il problema. Lo ha fatto per demitizzare il federalismo fiscale, non per affossarlo. Esso sarà introdotto soltanto se il governo Berlusconi, di cui la Lega è parte costituente, reggerà con credibilità il Paese nella tempesta che esso attraversa. Berlusconi ha mostrato di comprendere la fiducia che gli italiani hanno nell’Italia: lo hanno fatto non riducendo nella misura possibile i loro consumi natalizi, come egli ha consigliato loro. Hanno compreso che il nostro Paese affronta la crisi in condizioni migliori che gli Stati Uniti e l’Inghilterra. Gli italiani hanno fiducia nel sistema Italia.
Nonostante i profeti di sventura e i grandi lamenti dell’opposizione, il Paese approva il modo in cui il governo ha interpretato la grande crisi, ne incoraggi la prudenza e l’equilibrio. È nata una nuova politica e Bossi ne è parte, ma ora non può fare del federalismo fiscale la condizione unica del contributo che la Lega ha dato e dà al governo del Paese e alla fiducia che esso ha in se stesso.
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