Cara ministra, nessuno detta i miei articoli

Sul Corsera le accuse della Prestigiacomo a Sgarbi: "Editoriale offensivo, palesemente ispirato da qualcuno che fa il direttore occulto". Ma Sgarbi conferma: "La mia critica, a lei come alla Carfagna, era strettamente legata al contrasto, che oggi conferma, con il Pdl" 

Difficile immaginare due donne e due personalità più lontane di Barbara Alberti e Stefania Prestigiacomo. Due persone, per diverse ragioni, a me care e che in tempi recenti si sono espresse nei miei confronti con analoghe imprevedibili considerazioni. La prima nella trasmissione di Milo Infante su Raidue a proposito di miti del nostro tempo mostrò irritazione per alcune mie valutazioni su Fabrizio Corona e per le critiche alle inchieste giudiziarie di Henry John Woodcock. Barbara Alberti lo sa bene e mi ha seguito per quattro anni e ha scritto un libro su di me così coinvolto da avere come sottotitolo: Autobiografia di Vittorio Sgarbi. Appare quindi stupefacente che nel contestarmi, facendomi incazzare in modo furibondo e alzare i toni in trasmissione, abbia fatto riferimento al mio padrone. Con insistenza e senza pudore, e senza memoria. Nella sua interpretazione il mio padrone sarebbe Berlusconi il quale è semmai, nei tempi e nei modi, mio seguace, come sa bene l’Alberti, nella aspra polemica con il potere giudiziario.
Ora leggo sul Corriere un’intervista di Stefania Prestigiacomo e voglio credere che nei commenti del Giornale cui la ministra si riferisce il suo pensiero non vada esclusivamente a me come potrebbero far pensare le parole: «Ma certo non mi aspettavo di leggere, sul giornale della famiglia Berlusconi, una ricostruzione dei fatti alterata, e un editoriale offensivo, palesemente ispirato da qualcuno che fa il direttore occulto». Alla domanda di Aldo Cazzullo: «Si riferisce a Daniela Santanchè?», la Prestigiacomo risponde «Sì. Un attacco personale, basato sul fango». Per quello che mi riguarda posso rispondere che il mio editoriale non era offensivo, che mi è stato richiesto in un lampo di euforia. Non ho sentito la Santanchè e, come tutti ricordano, in numerose occasioni l’ho criticata per il suo fondamentalismo.
Ora, scoprire adesso che un mio editoriale è «palesemente ispirato» da lei mi sembra inverosimile. Voglio ricordare che la mia ultima comunicazione con la Santanchè, via sms, è stata durante una sua presenza televisiva per suggerirle alcune osservazioni su esponenti del Fli.
Quanto a Stefania Prestigiacomo, ricordo il suo arrivo alla Camera dei deputati quando per la sua avvenenza meritò il titolo di Miss Parlamento, e io che pure ero ammirato da lei, per sua stessa ammissione, fui amabilmente critico. Poi ho visto la sua ascesa e, come ho scritto, sono stato profondamente deluso dalla sua posizione sul tema della difesa del paesaggio indifferente ai richiami di Italia nostra e ai miei. Non mi pare un attacco personale ma, in linea generale, la mia critica, a lei come alla Carfagna, era strettamente legata al contrasto, che oggi conferma, con il Pdl («Certo in questo Pdl mi sento sempre più a disagio»).
Mi sembra una singolare testimonianza di declino della politica che le funzioni ministeriali siano intese come chiamate personali estranee al partito che le esprime. Se ci si dimette da un partito si mette a disposizione anche il mandato ministeriale che non è un patrimonio personale. Posso ricordare il precedente della mia esperienza. Io ho fatto gran parte delle legislature in Parlamento nel gruppo misto proprio per rimarcare la naturale indipendenza delle mie posizioni pur nella lealtà alla coalizione in cui ero stato eletto. Quando fui nominato sottosegretario mi iscrissi a Forza Italia.
Il percorso rovesciato mi sembra l’errore di grammatica della Prestigiacomo, rafforzato dall’intervista al Corriere dove lei conferma di guardare con grande attenzione al partito del Sud del capriccioso Miccichè, che già si era offerto di ospitare la Carfagna. Mi sembrano segnali inquietanti, e senza nessun ispiratore ho voluto indicarli. Dopo il cattivo esempio di Fini mi sembra che ogni dichiarazione sul Pdl non possa venire da un malumore ma debba rientrare in un processo di rifondazione che è l’unico modo perché la politica non sia travolta dai colpi di testa e dai colpi di fulmine.